{"id":6918,"date":"2023-02-08T10:28:17","date_gmt":"2023-02-08T10:28:17","guid":{"rendered":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/?p=6918"},"modified":"2023-12-07T14:01:36","modified_gmt":"2023-12-07T14:01:36","slug":"cameretta-del-latte-solitudine-e-silenzio-come-territori-inventivi","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2023\/02\/08\/cameretta-del-latte-solitudine-e-silenzio-come-territori-inventivi\/","title":{"rendered":"Cameretta del latte. Solitudine e silenzio come territori inventivi"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"indented\">A volte, quando penso agli sfortunati che ho incontrato nella mia vita, mi pare che vivano circondati dalla loro specie.<br><em>Notti insonni<\/em>, Elizabeth Hardwick<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">I always had a hunch<br>I would crumble in the crunch<br>Yeah, maybe I\u2019m the only one for me<br><em>Maybe I\u2019m the only one for me<\/em>, Purple Mountains<\/p>\n\n\n\n<p>La linfa vitale della societ\u00e0 \u00e8 il suo dialogo, gli esseri umani cercano di esplorare lo spazio e di seppellire i propri ricordi nelle capsule del tempo per evitare il silenzio intergalattico e quello temporale, nella speranza di riuscire a sviare la fitta vena di solitudine che ci scorre dentro. Vogliamo vedere la storia della nostra voce dispiegarsi come un filo, raccolto e inserito nella cruna di un ago, per essere d\u2019uso in una scala di visione pi\u00f9 grande. Desideriamo annullare la distanza e fissare l\u2019esperienza nei nostri bulbi oculari trasparenti, ma cosa significa davvero per ognuno di noi essere vicini ed essere lontani? Qualche anno fa assistetti ai provini per una rappresentazione dell\u2019<em>Amleto<\/em> di Shakespeare, sedevo nel buio della sala con gli occhi fissi sul palco e l\u2019udito teso al calpestio di una lunga fila di aspiranti Ofelia. Ognuna delle attrici muoveva in silenzio le labbra, ripetendo a mente il famoso monologo della pazzia. Ofelia \u00e8 colei per cui la lingua inglese ricorre al neologismo della <a href=\"https:\/\/muse.jhu.edu\/article\/583635\/pdf\">solitudine<\/a>, legandolo ai suoi sentimenti covati e al suo corpo di donna. Nel suo monologo, Ofelia si rivolge al pubblico immaginario e attorno a lei c\u2019\u00e8 la materia dell\u2019assenza; nella rappresentazione di questo momento cos\u00ec denso, le attrici cercavano appigli per gli occhi e per le braccia, si muovevano con fare sincopato, inseguendo oggetti inventati che qualcuno insisteva a portare lontano dalla loro vista, a far ricomparire per magia e poi sparire di nuovo. Vidi l\u00ec per la prima volta l\u2019idea della solitudine creata per l\u2019osservatore esterno, e il modo in cui si faceva tanto pi\u00f9 credibile quanto lo era lo sfondo contro il quale percepirla, che vi fosse dunque una radice di vita condivisa in quelle due sfere che sembravano appena sfiorarsi (da una parte Ofelia in s\u00e9 stessa, e dall\u2019altra il resto del mondo). \u00c8 ci\u00f2 che accade nelle pagine bianche che separano i giorni in un diario, aprono un conforto e la possibilit\u00e0 del respiro, creando di fatto un varco verso la vita. Ho un amore per le frasi che respirano, per ci\u00f2 di cui sono capaci, e per l\u2019idea sottile che si possa in qualche modo sostare dentro di esse in un bozzolo sicuro e a prova di stridori esterni. Auden defin\u00ec la poesia come un discorso memorabile (<em>The Poet\u2019s Tongue<\/em>), lasciandoci guardare le manifestazioni epiche di silenzio o i sospiri intensi come ai possibili frammenti di una <em>stanza<\/em>. Nel suo saggio <em>Rhyme\u2019s Rooms: The Architecture of Poetry<\/em>, Brad Leithauser scrive che nulla potr\u00e0 eguagliare, per memorabilit\u00e0, il suono del primo pianto di un neonato, suggerendo che i maggiori poeti scriventi potrebbero muoversi in un territorio prelinguale. Il bambino ha un accesso originario al linguaggio, che verr\u00e0 poi intaccato e represso e gerarchizzato e punito e classificato; l\u2019essenza della poesia \u00e8 rilevare l\u2019estraneit\u00e0 nel linguaggio, la sua natura increata. Ogni grande scrittore \u00e8 il traduttore della propria lingua inaccessibile, ed \u00e8 capace di allestirla spogliandola dall\u2019atmosfera asfittica del suo segreto. Lo fa seguendo il richiamo di un amore per la lingua diversa da quella familiare, per dividere, per raddoppiare, per accompagnare i nuovi suoni e le nuove forme. Tutta la letteratura richiede presenza e tutti i poeti chiedono una nuova lingua, una lingua che potremmo definire straniera, perch\u00e9 cresciuta in un corpo diverso da quello del poeta, diventando un territorio distante e di preziosa conquista. Il poeta si interroga sull\u2019identit\u00e0 della propria lingua quando \u00e8 sola e sull\u2019identit\u00e0 che assume quando partecipa alla lingua dell\u2019altro. C\u2019\u00e8 una congiunzione violenta tra coloro che vogliono dedicarsi alla scrittura del pensiero e il silenzio che incontrano per esercitarla.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Quando sono a casa da sola, vivo nella sottrazione degli echi, gli unici suoni che mi arrivano sono quelli dei tasti del computer, o il canto di un uccellino fuori dalla finestra dello studio, a volte una voce che grida alla ricerca di un nome, e verso le due ci sono le voci dei bambini che escono da scuola muovendo tutto il corpo come molecole frenetiche. Se mi concentro, riesco a distinguere i fruscii dei loro giubbotti che vengono accartocciati e gettati tra le braccia di qualche genitore, sento i loro piccoli passi cominciare a saltare per tornare a manifestare la piena libert\u00e0 dopo le ore di costrizione. Trascorro la maggior parte del giorno a lavorare alla mia scrivania e ho dovuto istruirmi al suono, imponendomi di pensare ad alta voce, di pronunciare frasi intere a beneficio dell\u2019accuratezza del pensiero che sto cercando di affilare. La mente ci induce a credere che il pensiero non abbia bisogno di rifiniture, che sia gi\u00e0 compiuto in quanto perfettamente comprensibile per noi che lo abbiamo prodotto. Ovviamente \u00e8 un errore, solo l\u2019affaccio verso l\u2019esterno pu\u00f2 vagliare la sua efficacia, deve esserci un contrasto di voce per renderlo credibile e dargli una spinta verso l\u2019espansione. Le parole muoiono in bocca se non abbiamo qualcuno a cui destinarle.<\/p>\n\n\n\n<p>In <em>Passi Falsi<\/em>, Maurice Blanchot scrive di come sia grottesco e meschino che l\u2019angoscia, la quale apre e chiude il cielo, abbia bisogno, per manifestarsi, dell\u2019attivit\u00e0 di un uomo seduto a tavolino per tracciare lettere su un foglio. Per quanto appassionato sia il materiale dello scrittore, sono necessari una certa distanza e un certo distacco prima che il concetto possa essere realizzato, ed \u00e8 in questo regno solitario che nasce la sensibilit\u00e0 dell\u2019esiliato, dell\u2019esilio stesso in quanto universo dinamico \u2013 l\u2019immagine del giovane chino sulle sue carte logore in una biblioteca gelida che gli ammorbidisce i polmoni appartiene ormai a un mondo concluso, la tranquillit\u00e0 necessaria per il lavoro creativo deve ora presumibilmente svilupparsi nella coscienza dello scrittore stesso. Si potrebbe obiettare che questo meccanismo di volontaria esclusione dal mondo finisca col ridurre i margini dell\u2019esperienza letteraria (una delle domande che viene posta spesso agli scrittori riguarda proprio la quantit\u00e0 di biografia versata nel loro lavoro, e molta narrativa contemporanea e di autofiction stimola particolarmente questa inchiesta), ma il vero limite \u00e8 nella definizione di esperienza alla quale costantemente ricorriamo. Esperienza \u00e8 per noi ci\u00f2 a cui abbiamo assistito, qualcosa di vissuto direttamente nella nostra pelle, ma dobbiamo trovare la forza di riconoscere come esperienza anche ci\u00f2 che \u00e8 vissuto nelle vite immaginarie e ci\u00f2 che osserviamo nelle vite degli altri.&nbsp; Il materiale \u00e8 sempre interessante se \u00e8 vivo e contestualizzato; se c\u2019\u00e8 una pulsazione al centro, se il corpo della narrazione \u00e8 attaccato al pianeta e penetra nel mondo intorno. Ci\u00f2 potrebbe persino rispecchiare le carenze del pensiero e i suoi fallimenti, ma non \u00e8 interessante vivere dentro una bolla di persone le cui esperienze confermano la nostra senza ampliarla. Implicherebbe una resa all\u2019uniformit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Sono cresciuta in una fattoria circondata da boschi e montagne, nell\u2019entroterra abruzzese, in un paese con seicento persone sparpagliate. Entrambi i miei genitori lavoravano da mattina a sera, intervallando la loro fatica con qualche controllo per assicurarsi che noi figli avessimo superato il giorno mantenendoci integri.&nbsp; Ricordo che nel pomeriggio, dopo la scuola, facevo i compiti in uno stanzino ristrutturato \u2013 il luogo pi\u00f9 vicino alla sorveglianza che i miei genitori avessero trovato, dentro c\u2019erano un tavolino, delle sedie e una finestra con un vetro che non ho mai visto limpido. Questa stanza veniva chiamata <em>cameretta del latte<\/em>, perch\u00e9 in passato, circa trent\u2019anni prima, quando mio nonno era ancora vivo, veniva utilizzata come deposito per conservare il latte prima che venisse venduto. Da quella cameretta, sentivo tutti i suoni del mondo e anche tutto il silenzio che riuscivo a immaginare, vivevo la mia esperienza soggettiva nello spazio liminale, e una solitudine che non sapevo riconoscere (era il modo in cui vivevo e in cui vivevano tutti gli altri che conoscevo, dunque l\u2019unica versione convincente) \u2013 solo a tratti l\u2019atmosfera mi appariva con una profondit\u00e0 diversa, cupa e disorientante, nel modo in cui il dolore si avvicina a un cucciolo i cui occhi sono ancora incollati. Sedevo con i gomiti sulle ginocchia, il mento appoggiato sui palmi delle mani, consapevole che da qualche parte c\u2019era uno spazio <em>altrove<\/em>, un altro mondo, vasto e rumoroso, desiderabile con la sua idea di sporcizia confusa. Nel suo saggio <em>Coventry<\/em>, Rachel Cusk descrive una condizione simile, seppur collocata tra confini puramente immaginari. Scrive di un\u2019espressione idiomatica inglese: \u201cto send someone to Coventry\u201d, mandare qualcuno a Coventry (una cittadina del Warwickshire che fu distrutta durante la Guerra civile del Seicento), un luogo immaginario in cui i suoi genitori la spedivano quando c\u2019era l\u2019intenzione di punirla, ignorandola come se avesse smesso di esistere. \u00abSono stata terrorizzata da Coventry, dalla sua vastit\u00e0, desolazione e solitudine, e da ci\u00f2 che rappresenta, che \u00e8 l\u2019espulsione dalla storia. A volte, a Coventry, riflettevo sulla libert\u00e0\u00bb, Cusk scrive di essere riuscita a sentirsi libera nell\u2019invisibilit\u00e0, libera come qualcuno che sa di dover vivere a Coventry per sempre e di doverne trarre il meglio, di dover trovare un percorso quotidiano tra i rifiuti e gli edifici distrutti. Crescendo, quel particolare tipo di esilio assume per lei un significato benefico, risultando persino confortevole, un posto sicuro in cui vuole restare, rifiutando di rimanere all\u2019interno della sicurezza data dall\u2019appartenenza. Coventry permette di riflettere sulla scrittura e sulle condizioni in cui si svolge, vivere in un luogo di silenziose rovine ha un potere speciale per uno scrittore, \u00e8 un modo per dislocare s\u00e9 stessi dalla storia, dalla sicurezza della vita sociale e di descrivere il mondo cos\u00ec come si mostra. Rendere alieno l\u2019Io permette di percepire le condizioni materiali della vita da un punto di vista esterno, di manovrarlo nella santit\u00e0 della solitudine. Una volta completata la separazione iniziale, la soggettivit\u00e0 torner\u00e0 a unirsi alle realt\u00e0 materiali da cui \u00e8 emersa. Uno scrittore che sa come dare al contenuto soggettivo una forma oggettiva sapr\u00e0 sempre restituire la sensazione della verit\u00e0. Senza il processo di oggettivazione dell\u2019esperienza soggettiva, avverte Cusk, il lavoro creativo pu\u00f2 solo progredire fino a un certo punto. E aggiunge, \u00abNon \u00e8 semplice, non pu\u00f2 esserlo, devi rischiare il fallimento\u00bb forse intendendo dire che non pu\u00f2 esserci espressione naturale o istintuale (questi concetti, accostati alla creazione artistica, sono meno che eccitanti, sono il contrario di eccitanti) e che si corre il rischio di affrontare il linguaggio usando solo le sue frattaglie, o di scrivere qualcosa sulle angosce sontuosamente banali che ci accompagnano quotidianamente, ma per tornare ad Auden, \u00abLa poesia non \u00e8 magia. Nella misura in cui si pu\u00f2 dire che essa, o qualsiasi altra arte, abbia uno scopo, \u00e8 quello di dire la verit\u00e0, disincantare e disintossicare\u00bb, concludendo che: \u00abLa poesia non fa accadere nulla\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Una freccia indica <em>Sei qui<\/em>.<br>Respira.<br>Sei solo un punto. Uno spazio vorticoso.<br>Respira.<br>Nessuno ti trover\u00e0 mai.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando la luce del Sole sembra ostruire piuttosto che rivelare, quando avviene il disagio e senti di essere incompatibile con la tua stessa visione del mondo, quando la solitudine rischia di farti disapparire emotivamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Ho impiegato anni di analisi per tradurre questo concetto in realt\u00e0 e prima che qualcuno me lo dicesse usando parole prese da un dizionario di psicologia, credevo che fosse un\u2019esperienza normale, o addirittura soltanto periodi che si sarebbero <em>conclusi prima o poi<\/em>. La prima volta avevo circa sedici anni e credevo che stare distesa fosse la mia vocazione. Rimasi chiusa nella mia camera cos\u00ec a lungo, con le finestre serrate, che cominciai ad avere forti emicranie per mancanza di ossigeno. Mio padre ipotizz\u00f2 che fosse un problema di circolazione del sangue, cronicizzato dallo stare distesa: il sangue ristagnava in certi punti del mio corpo e intaccava le capacit\u00e0 cognitive e il cervello. Fu una mia insegnante a suggerire che andassi da uno psicologo, lo disse a mia madre, che aveva l\u2019aspetto pi\u00f9 accogliente, e infatti lei mi caric\u00f2 in auto come un grosso cane da portare a una visita veterinaria e rest\u00f2 seduta in una sala d\u2019attesa mentre una psicologa indagava sulla mia identit\u00e0 mettendomi in imbarazzo (un imbarazzo che avrei sempre riconosciuto, che si sarebbe impresso nella mia memoria sensoriale come un odore). Dopo la seduta, mia madre volle rincuorarmi offrendomi un pasticcino alla crema, che mangiammo in auto facendo commenti sulla qualit\u00e0 della panna \u2013 un argomento che ci permetteva di evitare le parole <em>crisi <\/em>e <em>depressione<\/em>. Tornando verso casa, avvertii il momento in cui il corpo percepisce il proprio rientro nello spazio che sente sicuro, i muscoli si rilassavano alla visione dei campi di silenzio. Una lieve euforia di ripristino che sostituiva la tensione al centro degli occhi, volevo solo tornare a curare il mio stato di assenza, tornare a fare niente, a sentire niente, a vedere nessuno. Ci volle ancora qualche anno, un apparentemente infinito depositarsi di giorni, prima che tutte le cose che vedevo \u2013 le recinzioni, gli animali, la polvere, le strade, gli ulivi, un trattore rosso parcheggiato, le rocce di ghiaccio che rilucevano dalla cima del Gran Sasso, divenissero cose coscienti e schiacciate dal peso del mondo reale che iniziava a emergere. Improvvisamente, l\u2019idea di restare sola col mio corpo fermo divenne tremenda, cos\u00ec presi la mia solitudine e la spostai altrove, in una citt\u00e0 con milioni di abitanti e una topografia delle strade cos\u00ec fitte da farmi sentire sempre disancorata, ma comunque presente, in movimento, con gli occhi glassati di smog.&nbsp; La nuova solitudine ebbe inizio quando respirai l\u2019aria della strada nell\u2019ora di punta della sera. Vidi tutte quelle persone chiuse nelle loro auto, inferocite dall\u2019attesa, un fumo sottile che si sollevava e solidificava lo spazio, cos\u00ec che camminarci dentro significava sentire ogni centimetro di pelle sottoposto a una pressione per impatto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Voglio ansiolitici, rilassanti, stimolanti, allucinogeni \u2013 in un ordine confuso.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel futuro la solitudine potr\u00e0 essere curata con una pillola che indurr\u00e0 i nostri corpi a produrre ossitocina, per farci credere che qualcuno abbia carezzato la nostra pelle con intenzioni di soccorso amorevole o che si sia preso cura di noi durante un uragano.&nbsp; I nostri ricordi si riempiranno di felicit\u00e0 senza forma alla quale non sapremo dare spiegazione e cos\u00ec la falsa felicit\u00e0 sar\u00e0 indistinguibile dalla felicit\u00e0 intera e diventer\u00e0 un ammasso di plastica lucente che ci terr\u00e0 a galla per un miracolo privo della sua natura celeste.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Ogni viaggio \u00e8 una metafora di tutti i viaggi compiuti o in lavorazione, in esso troveremo le reminiscenze di un volo verso altre vite che magari abbiamo solo sognato, ma che vivono cucite sulla nostra pelle per accrescere la nostra sensibilit\u00e0 verso la ricerca, l\u2019oblio, il ricordo, il silenzio. Spesso arriviamo a trovare noi stessi quando sentiamo di aver raggiunto una distanza salvifica dal nostro nucleo attivo, o quando crediamo di aver agito una rivoluzione della nostra stessa materia. Ho l\u2019idea che la poesia si presenti a noi nelle forme che cerchiamo per intuito, e che avanzi come un percorso \u2013 nel momento della massima disperazione, ci troveremo circondati da parole che custodiscono i nostri bisogni, i nostri desideri, le esperienze che cerchiamo da lungo tempo, diventando un flusso di orientamento. Certi luoghi esistono solo perch\u00e9 qualcuno li ha descritti, ed \u00e8 particolarmente vero per ci\u00f2 che riguarda i paesaggi sensoriali ed emotivi. C\u2019\u00e8 un piacere intenso nel riconoscere questi luoghi in un linguaggio rivendicato dalla finzione, come se in condizioni abituali ci si trovasse all\u2019interno di una camera anecoica, una stanza priva di riverbero in cui si pu\u00f2 sentire il proprio sangue scorrere e le ossa all\u2019interno del proprio corpo raschiare, e da qualche parte provenisse un suono che articola per noi un pensiero che da sempre ci si mostra offuscato: \u00e8 l\u00ec che avviene un\u2019inondazione di ornamenti che trasforma il silenzio in parole vivide (vedo parole che si muovono le une sulle altre, che riempiono tutti gli spazi, una scatola che contiene la totalit\u00e0 del suono prodotto dalla visione interna). Nei suoi <em>Sonetti a Orfeo, <\/em>Rilke scrive di una danzatrice e della connessione tra l\u2019essere umano e la forma naturale. Al culmine del balletto, la ragazza sta vorticando in un punto, Rilke ne parla come di un albero fatto di movimento, trasfigurandola: un modello umano di movimento diventa un albero, una forma naturale. La velocit\u00e0 del movimento la rivela all\u2019occhio che la osserva come una superficie statica, un\u2019illusione ottica. Il movimento si delinea persino nell\u2019oggetto immobile e ancorato. Un albero fatto di movimento vivo e impercettibile. Questa carne solida si scioglie, la forma scorre, il flusso si ripresenta in un nuovo spirito. Davanti ai nostri occhi, la danzatrice di Rilke passa dalla forma umana a quella dell\u2019albero e infine diviene creta che gira sul tornio di un vasaio. Le forme si incontrano e coesistono, elementi di un quadro naturale. Il silenzio che accompagna gli occhi \u00e8 il punto fermo, il divario transitorio tra soggetto e oggetto. Cosa facciamo se possiamo vedere ma non essere visti? Come riusciamo ad assumere il ruolo di occhio e di puro movimento?<\/p>\n\n\n\n<p>Nel romanzo<em> Le cure domestiche<\/em> di Marilynne Robinson, le due sorelle protagoniste (Ruthie e Lucille) si ritrovano a trascorrere una notte nel bosco \u2013 escono di casa per percorrere un sentiero, ma si addentrano troppo nella foresta e la luce inizia a scomparire, intrappolandole. Giacciono fianco a fianco in silenzio, in una capanna improvvisata, ascoltando i suoni nel buio della foresta intorno a loro. Dopo un po\u2019 si addormentano, Lucille con un sonno leggero e Ruthie in uno stato tra il sonno e la veglia, piuttosto allucinato: sogni, ricordi ed echi le risuonano nella mente. L\u2019esistenza che le due bambine hanno condotto fino a quel momento \u00e8 decisamente transitoria, hanno perso la loro madre, non hanno mai conosciuto il padre, hanno perso la nonna che si prendeva cura di loro e si ritrovano a vivere con zia Sylvie (una donna eccentrica, che viaggia per la nazione sui treni merci, coltivando strane ossessioni e stringendo amicizia con personaggi svitati) in una casa che pian piano accoglie colonie di gatti e di polvere e di foglie secche, costruita con un legno instabile che viene smosso dal vento gelido (i fianchi della casa si spezzano, il soffitto trema sulle loro teste). La casa si trova a Fingerbone, una cittadina che sorge accanto a un lago che talvolta si riempie d\u2019acqua causando potenti inondazioni e annegando ogni cosa in una palude. Quando le bambine emergono dal bosco, accade una scissione: fino a quel momento erano state un unico corpo, inseparabili, ma la loro esperienza si divide. Ruthie ha trascorso la notte in ascolto, ricordando e sentendo nell\u2019oscurit\u00e0 una fluidit\u00e0 con il mondo che la circonda, rivelando a s\u00e9 stessa: \u00abLa solitudine \u00e8 una scoperta assoluta\u00bb. Sua sorella Lucille invece prende una direzione opposta, rifiuta il corpo suo e quello della sorella (la forma dell\u2019occhio, il flusso) per cominciare una vita normale, pi\u00f9 adatta alla coscienza degli abitanti di Fingerbone \u2013 un vero tradimento, spezza il cuore. Ruthie accetta s\u00e9 stessa, capisce di essere come Sylvie, che la sua solitudine \u00e8 preziosa, poich\u00e9 contiene un rifiuto ed \u00e8 un ponte sospeso verso la libert\u00e0. Ruthie lascia Fingerbone alla fine dell\u2019alluvione, fianco a fianco con zia Sylvie, su un treno per l\u2019Idaho. Sono libere e un tutt\u2019uno con il mondo, la voce di Ruthie (che pareva essersi indebolita dopo la separazione dalla sorella) \u00e8 ora di nuovo intensa e vibrante, cos\u00ec come tutti i suoi ricordi e le sue aspettative. Sul treno, dall\u2019altra parte del lago, verso est, ovunque: continua a muoversi, a tenere vivo il suo silenzio, a posare quanti pi\u00f9 occhi possibili. <em>Le cure domestiche <\/em>\u00e8 un libro cos\u00ec attraente sulla vita solitaria per il modo in cui percorre la linea sottile tra il temuto orrore di stare a guardarsi dall\u2019esterno e la sensazione che la solitudine possa essere il proprio desiderio pi\u00f9 fervido. Conferma che, per alcuni, le insicurezze imbarazzanti (come quelle che di solito associamo all\u2019adolescenza, il primo approccio al di fuori del corpo) non scompaiono mai. Per quanto Ruthie si sforzi di resistere, trova allettante la versione di vita offerta da Sylvie (per cui le cure, il riordino, sono l\u2019accumulo compulsivo e curioso): l\u2019esistenza solitaria \u00e8 il Santo Graal.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Muovo il mio corpo attraverso la citt\u00e0 assecondando il prurito nelle vene che mi indirizza verso l\u2019esterno, per fare una passeggiata e per guardare i giochi di ombre sulle strade che vengono calpestate. Trovo un posto in cui sedermi e leggo alla luce del sole, mentre osservo di sfuggita gli altri corpi che si muovono. Nella solitudine, il mio approccio \u00e8 a spirale, i presagi mi attraggono, mi sembra che ci siano segreti da inseguire, vorrei prendere nota della tenerezza e della stanchezza che osservo, e perdo il senso delle dimensioni, persino di quelle del mio corpo. A volte ho bisogno di uscire per ricordare come sono fatti i corpi e per dimostrare che nel mio non c\u2019\u00e8 niente di mostruoso che dovrei cominciare a temere (ho sempre lo stesso numero di dita, di occhi, di cicatrici all\u2019altezza delle ginocchia, di labbra\u2026) Mi sento: fratturata, spaccata, guardata, inguardabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Esco e penso: guardatemi. E poi: non guardatemi.<\/p>\n\n\n\n<p>La solitudine, che la si osservi dall\u2019interno o dall\u2019esterno, pu\u00f2 sembrare un\u2019infermit\u00e0, qualcosa da compatire. Qual \u00e8 la condizione di un problema quando il problema sei tu vivente? \u00c8 come meditare sulla struttura di una cucitura infetta che tiene insieme i tuoi pezzi.<\/p>\n\n\n\n<p>***<\/p>\n\n\n\n<p>Voglio tornare indietro nel tempo fino al momento che fa scattare la molecola dell\u2019impulso a sentirsi accerchiati, quando si vede quello che si vuole vedere e lo si ricerca strenuamente, in una specie di contemplazione utopica e protetta \u2013 il momento in cui esplori uno spazio nuovo, in cui non ci sono ancora volti che riconosci o che riconoscano il tuo, e cerchi di sovrapporre quello che senti ad alcune parole che abitano lo spazio, per spostare la tua identit\u00e0 o per intensificarla. Vedo me stessa seduta in attesa della metropolitana, con i miei abiti pi\u00f9 invernali e comunque impreparata alla presenza del freddo in una citt\u00e0 che avevo creduto potesse essere solo calda o caldissima, mentre cerco di ricondurre qualcosa a me stessa tramite le pagine di un libro, studiando i solitari che abitano la solitudine in modo permanente. Nei saggi che affrontano l\u2019argomento dei solitari, le biografie narrate trovano sempre un punto in comune: un desiderio molto forte di nutrire una lingua e aprirla alla vista, con la fragilit\u00e0 e il terrore (dell\u2019incomprensibilit\u00e0, dell\u2019incapacit\u00e0) implicati nel processo. Nel suo saggio <em>La sentenza di morte<\/em>, Blanchot paragona la perdita del silenzio all\u2019esperienza del lutto, un rimpianto incommensurabile il cui dolore \u00e8 esso stesso votato al mutismo \u2013 l\u2019unico elemento, impercettibile, \u00e8 il suono del respiro. Sviluppa cos\u00ec l\u2019idea di un ciclo di silenzi schiacciati e congiunti: soli in una stanza, non c\u2019\u00e8 nessuno in casa, quasi nessuno fuori, la solitudine inizia a parlare, e noi dobbiamo a nostra volta parlare di questa solitudine parlante, non per derisione, ma perch\u00e9 sopra di essa aleggia una solitudine pi\u00f9 grande, e sopra quella solitudine un\u2019altra ancora pi\u00f9 grande, e noi, prendendo la parola per soffocarle e farle tacere, invece facciamo loro eco all\u2019infinito, e l\u2019infinito stesso ne diventa l\u2019eco, aprendoci a un orizzonte di conflitto che ci paralizza. Torniamo quindi agli occhi, all\u2019osservazione \u2013 l\u2019impegno a localizzare l\u2019esperienza della meraviglia in ci\u00f2 che si rivela e che scegliamo di tenere a una distanza intoccabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel romanzo <em>Indelicacy<\/em>, Amina Cain racconta la storia di Vit\u00f3ria, una giovane donna che vaga da sola per la citt\u00e0. \u00c8 una fl\u00e2neuse, e si pu\u00f2 essere fl\u00e2neuse solo quando si \u00e8 sole. Per lei camminare \u00e8 assorbire, assorbire \u00e8 scrivere, e scrivere \u00e8 essere vivi. Cos\u00ec come andare al balletto, ai concerti, al museo, a teatro e stare seduta alla scrivania. Questi sono i momenti che le danno il vero piacere. Vit\u00f3ria \u00e8 sempre sola, eppure vive nell\u2019eccesso sensoriale, attratta dall\u2019arte alla quale pu\u00f2 assistere quotidianamente \u2013 si occupa delle pulizie in un museo e il desiderio di essere una scrittrice nasce osservando le tele, davanti alle quali vive vere e proprie esperienze di trance (vengono menzionati i lavori cupi di Caravaggio e di Goya). La scelta di Cain \u00e8 quella di staccare il racconto dal tempo e dai costumi, la storia potrebbe avvenire oggi, ma ha un sapore antico, di luce la cui unica fonte pu\u00f2 essere una candela. Non c\u2019\u00e8 dubbio che la scelta della solitudine di Vit\u00f3ria sia un esilio autodeterminato, \u00e8 lei a scegliere da chi farsi avvicinare, prima due amiche che condividono le sue passioni e poi da un uomo che diventa suo marito, con la promessa di uno spiraglio di futuro ideale: uno spazio per scrivere e il regalo del tempo senza preoccupazioni economiche.&nbsp; Dopo un po\u2019, quella situazione le appare opprimente, quella nuova configurazione \u00e8 un compromesso che la tormenta \u2013 per il lettore \u00e8 una variazione di campo impercettibile (la narrazione si mantiene isolata e meditativa), ma per lei diventa inquietante, troppo da sopportare. Si sente come se stesse perseguitando la sua stessa anima, riconoscendo nella solitudine una pratica tanto quanto un istinto di piaceri contestuali. Il matrimonio finisce con il marito di Vit\u00f3ria che la istruisce a una versione della storia: lei sar\u00e0 la donna instabile che non vuole avere figli per potersi dedicare a s\u00e9 stessa (alla scrittura). Vit\u00f3ria obietta: \u201cMa non sono instabile\u201d. Lei vuole solo avere uno spazio silenzioso in cui la sua anima possa divenire.&nbsp; La solitudine, per l\u2019occhio esterno, \u00e8 un processo transitorio che porter\u00e0 (che deve portare) di nuovo verso la luce del sole, verso una cena con gli amici, verso una famiglia, verso una serata in un locale affollato di facce senza occhi. Per il solitario, colui che cerca la distanza col mondo, la solitudine \u00e8 un processo che richiede tutte le sue energie.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-text-align-center\">***<\/p>\n\n\n\n<p>Due anni fa, alla fine di settembre, ero tornata in Abruzzo per far visita ai miei genitori. Mi trovavo nel paesaggio collinare e primitivo che avevo sempre sentito come il mio posto nel mondo, ma i miei muscoli erano meno rilassati di quanto ricordassi possibile e c\u2019era uno strano potenziale inventivo nella terra che avevo conosciuto solo come materia immobile \u2013 la vedevo mutata, aveva dei suoni che prima non ero riuscita a osservare. Sin dalla mia prima intuizione dell\u2019idea del mondo, avevo immaginato che le propriet\u00e0 fondamentali del suo spirito includessero una specie di luce soporosa e un silenzio architettonico \u2013 \u00e8 quello che succede quando vedi la natura morire di continuo \u2013 e che per vivere si dovesse insistere in una pratica di allineamento della materia piena (un corpo, un cranio) verso la sua lenta erosione. Con me c\u2019era l\u2019uomo di cui ero innamorata e ricordo di essere stata invivibile per tutto il tempo, nervosa, infantile, capricciosa, insopportabile. Sentivo che quello era un varco, stavo lasciando che qualcuno vedesse il mio silenzio originale e temevo che avrebbe dato l\u2019impressione sbagliata, un\u2019impressione troppo modesta di quello che mi aveva offerto e di come fosse riuscito a inventarmi. Faceva molto caldo, l\u2019aria era secca e incollata, e c\u2019erano stati degli incendi nei boschi: tutto odorava di cose polverizzate e di fuoco vivo, di una sottile paura. Eravamo in auto su una strada piena di curve e all\u2019improvviso un cervo \u00e8 saltato sulla nostra corsia. Dietro di lui doveva esserci il fuoco, sembrava terrorizzato e doveva essere in fuga da ore, aveva un respiro violento e le sue zampe tremavano. Il cervo ci ha fissato per un istante e poi ha spiccato un altro salto ed \u00e8 tornato indietro. L\u2019immagine mi aveva cos\u00ec sconvolto che ho continuato a raccontarla al mio ragazzo, nonostante avesse assistito alla scena proprio accanto a me. Nel rievocarla ad alta voce, ho scoperto che le nostre versioni non coincidevano, io ero sicura che il cervo fosse tornato indietro, terrorizzato pi\u00f9 da noi che dal fuoco, lui che avesse attraversato la strada e che fosse sparito in un cespuglio. Forse l\u2019avevo immaginato, volevo una versione in cui sentirmi l\u2019intrusa, cos\u00ec sparire sarebbe stato pi\u00f9 semplice, come fare un salto all\u2019indietro verso una paura gi\u00e0 esplorata che ti dissolve dai bordi. Forse ero di nuovo sola con le mie visioni. Credo di avere abbastanza spazio dentro di me.<\/p>\n\n\n\n<p><meta charset=\"utf-8\"><\/p>\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A volte, quando penso agli sfortunati che ho incontrato nella mia vita, mi pare che vivano circondati dalla loro specie.Notti insonni, Elizabeth Hardwick I always had a hunchI would crumble in the crunchYeah, maybe I\u2019m the only one for meMaybe I\u2019m the only one for me, Purple Mountains La linfa vitale della societ\u00e0 \u00e8 il [&hellip;]<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on get_the_excerpt --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on get_the_excerpt --><\/p>\n","protected":false},"author":55,"featured_media":6921,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_mi_skip_tracking":false,"footnotes":""},"categories":[40,35],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v17.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2023\/02\/08\/cameretta-del-latte-solitudine-e-silenzio-come-territori-inventivi\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Cameretta del latte. 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