{"id":6552,"date":"2022-06-23T09:10:34","date_gmt":"2022-06-23T09:10:34","guid":{"rendered":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/?p=6552"},"modified":"2023-12-07T14:01:38","modified_gmt":"2023-12-07T14:01:38","slug":"se-smettessimo-di-competere","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2022\/06\/23\/se-smettessimo-di-competere\/","title":{"rendered":"Se smettessimo di competere"},"content":{"rendered":"\n<div class=\"wp-block-image wp-duotone-default-filter\"><figure class=\"alignleft size-medium\"><img decoding=\"async\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-192x300.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-6559 lazyload\"\/><noscript><img decoding=\"async\" width=\"192\" height=\"300\" src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-192x300.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-6559 lazyload\" srcset=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-192x300.jpg 192w, http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-656x1024.jpg 656w, http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-768x1198.jpg 768w, http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-984x1536.jpg 984w, http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1-1313x2048.jpg 1313w, http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2022\/06\/Sono-fame-copertina-web-1.jpg 1476w\" sizes=\"(max-width: 192px) 100vw, 192px\" \/><\/noscript><\/figure><\/div>\n\n\n\n<p><em>Cecit\u00e0 <\/em>inizia nel traffico. Il protagonista sta guidando, perde la vista. Gli altri automobilisti lo aiutano. Uno si propone di accompagnarlo a casa dalla moglie, che chiama il medico. Lo porti subito, dice. Scendono in strada e si accorgono che la macchina non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Il ragazzo ha approfittato della cecit\u00e0 dell\u2019uomo, o cos\u00ec sembra. Qualche pagina dopo, Saramago ci racconta che in realt\u00e0 il ragazzo non l\u2019aveva premeditato, si \u00e8 fatto trasportare dal momento. Quando ho letto <em>Sono fame<\/em> di Natalia Guerrieri, ho riconosciuto Chiara nella strada in cui si apre <em>Cecit\u00e0<\/em>, stretta, come quelle di Lisbona, che Saramago conosceva bene. Anche se \u2013 per un romano \u2013 il toponimo \u201cla capitale\u201d, il luogo non-luogo che fa da sfondo alla storia, \u00e8 inequivocabile: Roma. Ma che sia proprio Roma, o Lisbona, cambia poco, Chiara sfreccia in mezzo alla citt\u00e0 \u2013 ammesso la capitale assomigli a una citt\u00e0 -, non \u00e8 cieca, ma \u00e8 affamata, da s\u00e9 stessa, di stessa. Per lavoro cura la fame degli altri, suona il campanello: la rondine \u00e8 arrivata con il cibo che avete ordinato.<br>Ecco: la parola chiave del romanzo \u00e8 diatopia, cio\u00e8 variazione (dia-) del luogo (topos). Un gioco bellissimo per un lettore (o almeno per me). Come in <em>Cecit\u00e0<\/em>, la malattia \u00e8 endogena, ed \u00e8 il fattore che determina la direzione del rapporto individuo-societ\u00e0, uno spostamento. La diatopia pi\u00f9 importante del romanzo \u00e8 quella del corpo di Chiara; ci\u00f2 che la divora \u00e8 ci\u00f2 che vuole e ci\u00f2 da cui scappa. Una diatopia, un passaggio prigioniero di un paradosso, vittima e carnefice. Anche Chiara non vorrebbe rubare la macchina, per\u00f2 deve sopravvivere, la debolezza altrui va abusata, o qualcuno abusa la tua, cos\u00ec impari che \u00abse nessuno ti ama soffri di meno\u00bb. Di questo, <em>e di altri mondi<\/em> \u2013 direbbe Saramago \u2013, ho chiesto a Natalia.<\/p>\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n\n<p><strong>So che ti sei laureata in Italianistica a Bologna e che poi hai frequentano il corso di sceneggiatura all\u2019Accademia Nazionale d\u2019Arte Drammatica Silvio d\u2019Amico di Roma. Sfrutto una frase di Sorrentino di tanti anni fa in un\u2019intervista a La7 \u2013 &nbsp;\u00ab<a href=\"https:\/\/www.la7.it\/facciaafaccia\/video\/faccia-a-faccia-con-il-regista-premio-oscar-paolo-sorrentino-09-01-2017-201463\">se scrivere \u00e8 costruire un divano, scrivere una sceneggiatura \u00e8 mettere le parole sul divano<\/a>\u00bb \u2013 per chiederti: cosa vuol dire scrivere narrativa e scrivere per il cinema?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Anzitutto, grazie Davide e grazie Marvin per avermi proposto di fare questa chiacchierata. Dunque, scrivere per il cinema significa scrivere qualcosa che deve essere recitato, girato, montato e infine mostrato al pubblico su uno schermo. La sceneggiatura, perci\u00f2, \u00e8 un documento \u201ctecnico\u201d, che segue determinate regole, \u00e8 diviso in intestazione, azione, personaggi, dialoghi, eccetera. Di solito, \u00e8 richiesto uno stile neutro, la terza persona e il tempo presente indicativo, affinch\u00e9 la lettura sia il pi\u00f9 possibile immediata. La sceneggiatura passa tra le mani di tanti professionisti differenti, dal regista agli attori, dallo scenografo al costumista, ogni reparto parte dallo script per sapere in che direzione deve lavorare sul set, per esempio come bisogna vestire gli attori, chi bisogna microfonare e chi no, quanto durer\u00e0 una scena. In pi\u00f9, fra prosa e cinema, c\u2019\u00e8 una grande differenza a livello produttivo. Soprattutto in Italia \u2013 negli Stati Uniti, invece, si sta affermando la figura dello showrunner che garantisce una certa integrit\u00e0 e coerenza al progetto \u2013, devi abituarti all\u2019idea che la sceneggiatura che hai scritto oggi possa vedere la luce fra quattro anni, e che alla fine sia, probabilmente, diversa da come l\u2019hai scritta. Per chi lavora nel cinema \u00e8 normale, ma dovremmo smetterla di considerarlo tale, perch\u00e9 accettare tempi lunghissimi pu\u00f2 essere umanamente e artisticamente provante. Al contrario, quando scrivo un romanzo, se voglio che ora, all\u2019improvviso, cada una balena dal soffitto, posso scriverlo, senza pormi il problema di quanto potr\u00e0 costare. Quindi, se dovessi scegliere, la scelta sarebbe scontata: narrativa. Anche se la solitudine della scrittura sa essere alienante, e a me piace lavorare in gruppo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Rompiamo gli indugi. Siamo qui per parlare del tuo secondo romanzo edito da Pidgin, <em>Sono fame. <\/em>Da linguista, sono costretto a partire dal titolo, che \u00e8 un\u2019identit\u00e0 e le identit\u00e0 sono quasi sempre problematiche, di sicuro ambigue. Io <em>Sono fame<\/em>? Essi <em>Sono fame<\/em>? Cosa si nasconde dietro a questa sineddoche del titolo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019identit\u00e0 \u00e8 uno dei temi fondanti del romanzo e volevo che il titolo restituisse un\u2019incertezza. La fame del libro \u00e8 di due tipi: quella di Chiara, giovane neolaureata in cerca del proprio posto nel mondo, \u00e8 una fame \u201cgiusta\u201d. Invece, quella degli abitanti della capitale \u00e8 una fame smodata, distruttrice, e per me rappresenta una metafora della societ\u00e0 in cui viviamo, in particolare in riferimento al mondo del lavoro neoliberista e alla sua natura famelica, soprattutto verso i giovani. Quindi: \u201cio sono fame\u201d si riferisce a Chiara, mentre \u201cloro sono fame\u201d indica gli abitanti della capitale e la capitale stessa.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Mi viene da chiederti: perch\u00e9 la fame? Mi ha ricordato due grandi classici, <em>Cecit\u00e0<\/em> di Saramago, in cui la cecit\u00e0 \u00e8 la malattia che lentamente contagia chiunque, e <em>Brave New World <\/em>di Huxley, in cui ogni abitante prende la soma, un medicinale per essere sempre felice, tranquillo, una sorta di anestetico. Ecco, nel tuo romanzo, mi sembra che accada qualcosa di simile con il cibo, \u00e8 cos\u00ec?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Ho scelto la fame, cio\u00e8 il cibo, perch\u00e9 credo che sia l\u2019unica cosa di cui non possiamo fare a meno per vivere. Mi ha sempre fatto riflettere che dobbiamo mangiare per forza tre volte al giorno (ride): non possiamo farne a meno! Forse da qui proviene l\u2019iperestetizzazione quotidiana del cibo, che lo trasforma proprio in droga, anestetico. E poi, ancora oggi, il cibo demarca le disuguaglianze: avere o non avere da mangiare fa differenza come poco altro.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Credi che il cibo sia pi\u00f9 l\u2019oggetto\/soggetto dell\u2019iperproduttivit\u00e0 o dell\u2019iperconsumo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Di entrambi, contemporaneamente. Come scrive Byung-Chul Han in <em>La societ\u00e0 della stanchezza <\/em>(Nottetempo, 2012), l\u2019iperproduttivit\u00e0ci rende imprenditori di noi stessi, passiamo dall\u2019avere un padrone esterno ad averne uno interno. \u00c8 come avere una piccola, seconda, \u201cNatalia Guerrieri\u201d che mi sprona a fare il pi\u00f9 possibile, a competere con gli altri e con me stessa. Che succederebbe se smettessimo di farlo, se ci liberassimo da questa narrazione tossica? \u00c8 la riflessione che mi ha indotto a inserire nel romanzo un\u2019altra tematica legata alla fame, al cibo, ossia il cannibalismo.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Ho citato Saramago e Huxley anche perch\u00e9 credo che <em>Sono fame<\/em> sia un romanzo distopico nei temi, pi\u00f9 che nella narratologia, come poteva essere il tuo romanzo d\u2019esordio <em>Non muoiono le api <\/em>(Moscabianca, 2021). Ma pi\u00f9 che la classificazione del romanzo \u2013 la tassonomia dei generi \u00e8 ora di mandarla in pensione \u2013 mi interessa, per l\u2019appunto, tematizzarlo. La radice greca del termine <em>distopia<\/em> allude al cattivo (&lt;<em>dis<\/em>), uno degli oggetti narrativi di <em>Sono fame<\/em>; per la precisione, al cattivo luogo (&lt;<em>topos<\/em>), che forse \u00e8 proprio la capitale, il luogo-non-luogo che brulica di morte e fa da sfondo alla storia di Chiara.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se il libro \u00e8 distopico, non \u00e8 volontario. Di sicuro, per\u00f2, la morte \u00e8 uno dei temi centrali del romanzo; credo sia un grande rimosso della nostra societ\u00e0, una questione irrisolta, enigmatica, al pari della cancellazione dei nonni e in generale dei defunti in <em>Non muoiono le api<\/em>. In <em>Sono fame <\/em>la morte \u00e8 in ogni pagina. Ci convinciamo che il rimosso sia calmante, ma non \u00e8 cos\u00ec. Fare i conti con la propria finitezza credo sia importante, formativo. Non \u00e8 un caso che sempre Byung-Chul Han indichi la morte come l\u2019unica situazione in cui la produttivit\u00e0 \u00e8 ferma, azzerata; ecco spiegato perch\u00e9 \u00e8 rimossa. Se davvero facessimo i conti la nostra finitezza, con la morte, davvero lavoreremmo sette giorni su sette? Davvero, se riconsiderassimo la morte come evento, sposeremmo (attivamente o passivamente) l\u2019ottica capitalista?<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Resto sul tema della morte, o vado poco pi\u00f9 in l\u00e0. Chiara \u00e8 una ragazza con un passato problematico. Se ha avuto dei lutti, non \u00e8 chiaro. La tua narrazione a riguardo \u00e8 pacatissima, quasi scostante. Chiara soffre per i suoi traumi, un po\u2019 come tutti e tutte?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Mi premeva che la narrazione delle vicende legate al passato di Chiara non fosse eccezionalista: ognuno di noi deve affrontare delle difficolt\u00e0 e ognuno di noi muore. L\u2019eccezionalismo mi infastidisce e alimenta la rimozione della morte, del dolore. \u00c8 molto pi\u00f9 interessante camminare nella morte, o fare come Stephen King: raccontare un passato doloroso anche per i personaggi considerati \u201cdi contorno\u201d, ammettendo cos\u00ec che la sofferenza \u00e8 parte della vita.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Un altro rimosso \u2013 questo circoscritto soprattutto alla narrativa italiana \u2013 \u00e8 la tecnologia, che in <em>Sono fame<\/em> c\u2019\u00e8 e disturba. Siamo ancora fermi alla sbornia realista del \u2019900?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Se ambiento una storia nel presente devo trovare il modo (non \u00e8 affatto semplice e le vie per affrontare il problema sono molteplici) di inserire la comunicazione frammentaria e invadente in cui siamo immersi oggi. Le case editrici indipendenti hanno, fra i loro meriti, quello di lasciare spazio a forme narrative che sperimentano soluzioni nuove, con l\u2019obbiettivo di raccontare come cambia la narrazione del mondo e il mondo stesso. <br>Il tema della tecnologia, che in <em>Sono fame<\/em> (e anche in <em>Non muoiono le api<\/em>) \u00e8 anzitutto rappresentato dagli smartphone (nel secondo, i telefoni sono persino distrutti a un certo punto), \u00e8 legato al fatto che \u2013 sono convinta \u2013 non si possa scrivere senza confrontarsi col proprio tempo; e la tecnologia \u00e8 la cifra del tempo che viviamo, in molte forme. Rimuovendola, togli un pezzo di mondo, soprattutto quello dei pi\u00f9 giovani. In particolare, in <em>Sono fame<\/em> volevo che la chat tra Chiara e Mario (il suo \u201castratto\u201d datore di lavoro), rappresentasse un disturbo continuo, assillante, che in qualche modo facesse intendere \u2013 o almeno questa \u00e8 la mia idea, ma \u00e8 bello che ognuno si faccia la sua \u2013 che in realt\u00e0 Mario \u00e8 una parte di Chiara, il lato (di cui si diceva) che la spinge a essere produttiva e competitiva. Una sorta di schizofrenia non medica, ma sociologica, che rappresenta il motore di quel senso di nausea e oppressione alla base di tutta la narrazione. Quello che, volenti o nolenti, percepiamo ogni giorno lavorando gratis sui social. \u00c8 il discorso al centro de <em>Il capitalismo della sorveglianza<\/em> di Shoshana Zuboff (Luiss University Press, 2019).<\/p>\n\n\n\n<p>\u00ab<strong>Ogni abitudine porta con s\u00e9 uno spettro\u00bb, lo scrivi in un tuo <a href=\"https:\/\/rivista.inutile.eu\/2019\/04\/via-archirola\/\">racconto del 2019<\/a> e, in altra forma, lo ribadisci in <em>Sono fame<\/em>, che \u00e8 un romanzo strutturalmente ripetitivo. Da un lato, l\u2019iterazione bilancia lo sperimentalismo del romanzo (per esempio, riguardo la coerenza del narratore), dall\u2019altro lo stempera, quasi che non volessi esagerare\u2026<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 cos\u00ec. Assieme al mio editor, Andrea Viscusi, e all\u2019editore di Pidgin, Stefano Pirone, dopo le prime stesure abbiamo optato per un grande taglio, che lasciasse solo gli episodi principali della storia di Chiara nella capitale. A grandi linee, volevo che il romanzo avesse la struttura dell\u2019horror, che funziona per accumulazione, e che, secondo me, \u00e8 un meccanismo formidabile per trasfigurare una determinata realt\u00e0 con delle problematiche sociali. In pi\u00f9, mi piaceva che la ripetitivit\u00e0 si legasse al tema della macchina produttiva fordista: Chiara non \u00e8 conscia del processo (chi prepara il cibo, come lo prepara, o chi sono le persone cui lo consegna), ma solo della sua piccola iterazione.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Prima di salutarti e ringraziarti, ti faccio un\u2019ultima domanda sul tema dell\u2019amore, cos\u00ec rispettiamo il dualismo eros-thanatos. Parto anche stavolta da una frase, per me una delle pi\u00f9 belle del libro. La pensa Chiara: <\/strong>\u00ab<strong>a volte se nessuno ti ama soffri di meno\u00bb. Anche l\u2019amore (e\/o l\u2019affettivit\u00e0 e\/o la sessualit\u00e0, quindi anche il corpo) \u00e8 stato fagocitato dal magma iperproduttivo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Purtroppo. Chiara lo dice all\u2019inizio del romanzo e si riferisce al fatto che la societ\u00e0 distingue tra chi ce l\u2019ha fatta e chi no. Per esempio, per la mia generazione c\u2019era l\u2019imperativo di andare a studiare all\u2019estero a tutti costi, scelta che di per s\u00e9 non ha nulla di male, ma che nutre la logica che gli affetti di ciascuno di noi siano sacrificabili (per la carriera? per i soldi?), sempre perch\u00e9 ci raccontiamo che la morte non esiste e che quindi la tua mamma di sessant\u2019anni sar\u00e0 sempre l\u00ec ad aspettarti. Spoiler: non \u00e8 cos\u00ec. <br>In pi\u00f9, certo, il corpo della protagonista della storia \u00e8 molto importante per me. Volevo mostrare un corpo al lavoro, la sua fatica fisica, i limiti e le difficolt\u00e0 nel compiere spostamenti, i pericoli della capitale che incombono su di noi. La narrazione che il lavoro sia ormai \u201cimmateriale\u201d a mio parere fa acqua da tutte le parti. Possiamo, semmai, sostenere che la corporeit\u00e0 e la fisicit\u00e0 del lavoro sono nascoste, per alimentare l\u2019illusione che sia immateriale, ma, ripeto, non \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p><strong>Come ne usciamo?<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>Scappando della capitale\u2026<\/p>\n\n\n\n<p><strong>O \u2013 prendo una frase che mi sembra faccia al caso nostro da <em>Terrore anale<\/em> di Paul B. Preciado (Fandango, 2018) \u2013 concordiamo sul mettere al centro della produttivit\u00e0 l\u2019ano, cosicch\u00e9 <\/strong>\u00ab<strong>anche dovesse arrivare il capitalismo, dovrebbe essere pronto a lavorare con la merda\u00bb, e magari ci penserebbe due volte. Grazie mille Natalia Guerrieri.<\/strong><\/p>\n\n\n\n<p>(Ride). Non credo ci sia finale migliore. Sar\u00e0 in esergo nel mio prossimo romanzo.<\/p>\n\n\n\n\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Cecit\u00e0 inizia nel traffico. Il protagonista sta guidando, perde la vista. Gli altri automobilisti lo aiutano. Uno si propone di accompagnarlo a casa dalla moglie, che chiama il medico. Lo porti subito, dice. Scendono in strada e si accorgono che la macchina non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. Il ragazzo ha approfittato della cecit\u00e0 dell\u2019uomo, o cos\u00ec sembra. 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