{"id":6291,"date":"2022-03-25T10:53:06","date_gmt":"2022-03-25T10:53:06","guid":{"rendered":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/?p=6291"},"modified":"2023-12-07T14:01:39","modified_gmt":"2023-12-07T14:01:39","slug":"sergio-oricci-utopico-spietato-inconcludente","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2022\/03\/25\/sergio-oricci-utopico-spietato-inconcludente\/","title":{"rendered":"Sergio Oricci: utopico, spietato, inconcludente"},"content":{"rendered":"\n<p>Le raccolte di racconti sono oggetti misteriosi e insondabili. Permettono, per\u00f2, una libert\u00e0 che non conosce confini n\u00e9 temporali n\u00e9 spaziali. <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=XHO2Tkg3dA8\">Mi ricordo una frase di Chiara Valerio<\/a>: leggere comanda quando e quanto, a differenza di un film che, per esempio, ha una durata stabilita. Ecco, se \u00e8 cos\u00ec, per le raccolte di racconti vale la stessa ipotesi ma elevata alla n: se i racconti sono sedici, puoi partire dal quinto, continuare col quattordicesimo e finire col secondo. Anarchia narrativa: non c\u2019\u00e8 trama, non c\u2019\u00e8 intreccio. L\u2019atto di libert\u00e0 \u00e8 fuso nell\u2019atto intimistico. Una delle esperienze\/conseguenze \u2013 a mio parere \u2013 pi\u00f9 interessanti che determina una raccolta, e che ha inciso anche sulla mia personale lettura di <em>Volevo essere Vincent<\/em> <em>Gallo<\/em> di Sergio Oricci. <em>I re dello svapo, Ipertricoticofocomelico <\/em>e<em> Oggetti<\/em> \u2013 oltre a essere i tre racconti migliori della raccolta (uno di questi gi\u00e0 pubblicato su\u00a0<a href=\"https:\/\/www.altrianimali.it\/2019\/11\/19\/ipertricoticofocomelico\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\"><em>Altri Animali<\/em><\/a>) \u2013 credo riassumano meglio degli altri l\u2019impronta di Oricci: una narrativa utopica, spietata e inconcludente. Insomma, sapientemente fuori di testa.<\/p>\n\n\n\n<p>Dico utopica per \u201ccolloquialmente utopica\u201d. Nel quotidiano, una bulimia dialogica di questo tipo ce la sogniamo; \u00e8 oggetto solo di qualche realt\u00e0 surrogata, manipolata. La raccolta di Oricci \u00e8 piena zeppa di un surrealismo reietto. Penso all\u2019incipit di <em>Oggetti<\/em>:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\"><em>\u00ab<\/em>Oggi che facciamo?<br>Il solito.<br>Giriamo il tubo fino a quando non flippiamo?<br>Che hai?<br>Un argento e una camera nera.<em>\u00bb<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>La sintassi dialogica atopica e atemporale di Oricci funziona alla grande. L\u2019immagine che mi ha accompagnato per la lettura dell\u2019intera raccolta \u00e8 questa: durante i dialoghi prendo fiato, nelle parti descrittive ho la testa sott\u2019acqua. Una spola tra distinto e indistinto, tra fame e inappetenza. La frase \u00abHo cominciato a farmi di oggetti quando ero piccolo\u00bb apre al mondo del possesso, a una visione ariostesca alla rovescia: abbiamo trasformato i ricordi in oggetti, e gli oggetti non stanno sulla luna, ma sulla Terra.<\/p>\n\n\n\n<p>Dico spietata per una ragione semantica: a differenza di quanto sembri, il linguaggio di Oricci \u00e8 \u201csignificativamente\u201d preciso, chirurgico. L\u2019esempio di <em>Ipertricoticofocomelico<\/em> \u00e8 emblematico. Di questo racconto mi ha colpito una frase: \u00abla consapevolezza passa attraverso le ripetizioni\u00bb. Che \u00e8 l\u2019intreccio \u2013 se ce n\u2019\u00e8 uno \u2013 di ogni raccolta di racconti. In Oricci la ripetizione non \u00e8 mania, ma piuttosto ossessione teologica: un grido, una preghiera inascoltata. Nella maggior parte dei dialoghi i due interlocutori vanno per la loro strada, fanno le domande, si danno le risposte, non ascoltano l\u2019altro. Se parlare \u00e8 una delle chiavi della solitudine, Oricci ha aperto la porta.<\/p>\n\n\n\n<p>Dico inconcludente perch\u00e9 i racconti di Oricci \u2013 nel segno della miglior tradizione letteraria \u2013 non vanno a parare da nessuna parte. Non voglio esagerare, ma quando penso a racconti, mi vengono in mente due nomi: Carver e Kafka. Del secondo, in <em>Volevo essere Vincent<\/em> <em>Gallo <\/em>c\u2019\u00e8 un lungo studio degli eventi, declinato in una personalissima variante assiologica. Del primo (che \u00e8 figlio del secondo) c\u2019\u00e8 l\u2019incomunicabilit\u00e0 del e nel quotidiano, la ricerca di ci\u00f2 che \u00e8 intimamente importante. Ripenso a un commento di Diego de Silva nella prefazione a <em>Di cosa parliamo quando parliamo d\u2019amore<\/em> (Einaudi, 2015): \u00abCarver non solo ti autorizza a raccontare ci\u00f2 che non ritenevi importante, ma ti d\u00e0 il coraggio di cercare modi efficienti che ti permettano di farlo\u00bb. Tipo lo \u00abSvapo\u00bb, che \u00e8 un tentativo di appartenenza, un bacio che non si sa se ci piace o meno, per\u00f2 accade. Un filosofo scriverebbe che si tratta di antideterminismo. In Oricci il determinismo va a farsi benedire o forse manco conta: il tempo dei racconti \u00e8 un presente dinamico, sovraesteso.<\/p>\n\n\n\n<p>Credo che la costruzione anticlassica di Oricci riveli una classicit\u00e0 di temi sorprendente. C\u2019\u00e8 un sogno, in <em>Ipertricoticofocomelico<\/em>, in cui un ragazzo \u00e8 a una festa all\u2019aperto con un bicchiere in mano \u2013 dentro c\u2019\u00e8 qualcosa, ma non sembra vino. Ha un aspetto anonimo e inizia a sudare. \u00c8 molto triste e non ha peli in eccesso; \u00e8 sicuro che sta camminando verso la disperazione. Sono molte le cose che ho collegato a questo racconto, ma una mi ha convinto pi\u00f9 delle altre: un attacco di panico. S\u00ec, la raccolta di Oricci \u00e8 sulla malattia, etimologicamente l&#8217;abito del malato, di chi indossa il male, di chi sbaglia. Gli errori surrogati e surgelati sono l&#8217;armamentario perfetto di una raccolta di racconti.<\/p>\n\n\n\n<p>Mi piace pensare che la costruzione del libro si basi sui mondi semantici in cui ogni parola ha un referente preciso solo nella dimensione in cui \u00e8; in un\u2019altra, il referente \u00e8 diverso. C\u2019\u00e8 solo una categoria di parole che pare faccia eccezione: i nomi propri. In <em>Volevo essere Vincent<\/em> <em>Gallo <\/em>quasi non ci sono, eppure \u00e8 tutto vero.<\/p>\n\n\n\n\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abMi piace pensare che la costruzione del libro si basi sui mondi semantici in cui ogni parola ha un referente preciso solo nella dimensione in cui \u00e8; in un\u2019altra, il referente \u00e8 diverso. C\u2019\u00e8 solo una categoria di parole che pare faccia eccezione: i nomi propri. 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