{"id":5989,"date":"2021-12-07T08:06:22","date_gmt":"2021-12-07T08:06:22","guid":{"rendered":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/?p=5989"},"modified":"2023-12-07T14:01:40","modified_gmt":"2023-12-07T14:01:40","slug":"99-nomi-nessuna-casa","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2021\/12\/07\/99-nomi-nessuna-casa\/","title":{"rendered":"99 nomi, nessuna casa"},"content":{"rendered":"\n<p>Non so da dove cominciare a scrivere questa recensione. Non credo di essere in grado di parlare di questo libro. \u00c8 stato molto difficile leggerlo e quindi potrebbe essere molto difficile leggere anche questa riflessione \u2013 la chiamo riflessione perch\u00e9 non d\u00e0 giudizi sul libro di per s\u00e9, ma \u00e8 lui forse a giudicare me che leggo. Ha scatenato sensazioni contrastanti: rabbia, senso di colpa, disgusto, tristezza. Ed \u00e8 giusto che sia cos\u00ec, se la mia esperienza di lettura non \u00e8 che un pallido riflesso dell\u2019esperienza dell\u2019autore.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Durante l\u2019estate Kabul \u00e8 caduta in mano ai talebani e per una settimana ci siamo tutti strappati i capelli per le povere donne afgane, per le loro vite distrutte, per quelli che si appendevano alle ruote dell\u2019ultimo aereo americano, per un bambino quasi lanciato al di sopra di un muro. Qualche mese prima facevamo la stessa cosa per il popolo palestinese, scambiandoci sul feed immagini piene di sofferenza, lontanissime da noi e dal nostro privilegio. Eravamo tutti molto tristi e ne sapevamo parecchio perch\u00e9 avevamo letto un articolo su <em>Internazionale<\/em> o avevamo visto i reportage di Francesca Mannocchi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Bench\u00e9 il problema non sia in alcun modo risolto, anzi vada a peggiorare, oggi non si parla pi\u00f9 di Afghanistan e Palestina. Si \u00e8 passati ad altro. Per fortuna, qualche attivista performativo ci informa con delle infografiche che Decathlon ha ritirato i kayak dal proprio store a Calais, perch\u00e9 venivano usati dai migranti per oltrepassare la manica; seguendo le persone giuste veniamo anche imboccati di notizie sulla crisi dei migranti al confine fra Polonia e Bielorussia, e di altre cose che non ci interessano pi\u00f9 di tanto nel nostro vivere quotidiano. Nel frattempo, Salvini si premura di farci sapere ogni qualvolta un tunisino, un marocchino o un egiziano uccidono o stuprano qualcuno. Noi scorriamo indifferenti. Sembro polemica, ma non lo sono: funziona cos\u00ec il nostro modo di informarci e vivere il mondo esterno, e io subisco la cosa come chiunque altro, perch\u00e9 ci conviene che sia cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n<p>La verit\u00e0 \u00e8 che sappiamo ben poco di cosa significhi essere un rifugiato in Europa. Di cosa significhi intanto arrivarci vivi, e poi restarci. Probabilmente molti di noi non fanno distinzione tra immigrati e rifugiati \u2013 &nbsp;la differenza sta nella libert\u00e0 di scelta, ma \u00e8 un confine molto labile. Secondo la convenzione di Ginevra del 1951 il rifugiato \u00e8 una persona che \u00abtemendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalit\u00e0, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del paese di cui ha la cittadinanza, e non pu\u00f2 o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale paese\u00bb. Quindi il rifugiato non ha scelta \u2013 l\u2019immigrato, invece, si sottopone al viaggio perch\u00e9 probabilmente sta morendo di fame.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e8 tutto questo preambolo? Perch\u00e8 <em>Allah 99<\/em> di Hassan Blasim, pubblicato da Utopia Editore nella traduzione di Barbara Teresi, parla dell\u2019esperienza dei rifugiati in modo talmente brutale, cinico, ferito, che nonostante il disagio che ho provato nel leggerlo, il senso di estraneit\u00e0, il bisogno di distogliere lo sguardo come davanti alla scena cruenta di un film, mi ha fatto capire una cosa importante, e cio\u00e8 che io non so niente. Noi, in generale, non sappiamo niente. E quindi forse bisognerebbe ripartire dalle basi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Hassan Blasim \u00e8 uno scrittore e regista iracheno, che negli anni novanta aveva subito minacce e arresti sotto il regime di Saddam Hussein. Fuggito in Kurdistan, approda in Finlandia nel 2004. Anche il suo protagonista \u00e8 un rifugiato che vive in Finlandia, e i due si confondono continuamente, giocando con il confine tra narrativa e saggistica, finzione e realt\u00e0. Nella finzione letteraria Hassan \u00e8 un ex-veterinario improvvisatosi scrittore. Ha un blog che si chiama Allah 99 \u2013 come i 99 nomi dati a Dio, ma anche come le 99 figure che si prefigge di intervistare, in paesi europei e in Iraq, per documentare le esperienze dei rifugiati, di chi \u00e8 fuggito, di chi \u00e8 rimasto, e di cosa significano, davvero, l\u2019una e l\u2019altra cosa.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Il romanzo, se cos\u00ec vogliamo chiamarlo, ha tre livelli narrativi che si alternano, si intrecciano, e nel finale tendono quasi a coincidere. Il primo \u00e8 la storia di Hassan, di cui impareremo a spezzoni a conoscere il passato, i tentativi falliti di attraversare il confine, l\u2019infanzia perduta, il dolore insanabile, la perdita, la nevrosi, la sopravvivenza. \u00c8 un racconto sofferto, che lui sembra quasi voler buttare via, ce lo d\u00e0 in pasto senza sconti, crudo, cos\u00ec acido che brucia in gola e negli occhi. Poi ci sono i racconti delle persone che intervista: non ci sono martiri n\u00e9 vincitori, ma gente traumatizzata dalla guerra che per scendere a patti col proprio vissuto finisce per fare cose che forse non possiamo davvero comprendere. C\u2019\u00e8 un artigiano che inizia a produrre volti in silicone per le vittime delle bombe, cos\u00ec che ai funerali i loro cari possano salutare un volto integro e non deturpato. C\u2019\u00e8 una donna siriana, che studiava per diventare medico, ma dopo la morte del fidanzato per mano dell\u2019ISIS si \u00e8 trasferita a Berlino e si \u00e8 reinventata dj di musica techno. C\u2019\u00e8 un ragazzo che ha creato un videogioco in cui la missione \u00e8 attraversare il confine:<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00abIl tuo viaggio sar\u00e0 da clandestino e dovrai attraversare i confini illegalmente come fanno i migranti e i rifugiati. A piedi, via mare, sui camion dei trafficanti. Incontrerai molti ostacoli e dovrai affrontare molte sfide: gli squali nel mare, la polizia di frontiera, i temporali, gli insetti velenosi nelle foreste, i deserti, i muri, il filo spinato e cos\u00ec via&#8230; Abbiamo studiato gli habitat di quasi tutti i paesi del mondo. Gli ostacoli non saranno vicini solo all\u2019ambiente reale dei paesi in cui passerai, ma rifletteranno anche la memoria nata dalla fantasia e dall\u2019immaginazione dei popoli che in quei paesi vivono. Incontrerai le superstizioni e le realt\u00e0 nel labirinto temporale di un luogo chiamato Terra. Ed \u00e8 Mr. Spazzatura, che somiglia a Trump, a guidare e gestire gli ostacoli che ti sbarrano la strada. Mr. Spazzatura ti assedia ovunque e in qualunque momento: installa squali e li indirizza verso le barche dei migranti, finanzia operai per far costruire un muro invalicabile, guida un branco di lupi in una foresta, ti manda la polizia di frontiera, evoca i mostri dell\u2019odio dei secoli passati o istiga un gruppo di razzisti a impedirti il passaggio. Ovviamente c\u2019\u00e8 anche chi cerca di aiutarti durante il viaggio, uccelli, esseri umani e animali. I punti si ottengono attraversando i confini o superando altri ostacoli. Ma raggiungere la destinazione non significa che il percorso \u00e8 finito. Qui semmai arriva l\u2019ultimo livello, quello pi\u00f9 importante, che richiede una particolare abilit\u00e0: la capacit\u00e0 di essere convincente. Dovrai scrivere e parlare con animali e umani del posto in cui ti trovi e convincerli delle ragioni per cui sei arrivato nel loro habitat. Se si convincono, rimani. In caso contrario, ti riporteranno al punto di partenza e tu dovrai provare di nuovo ad andare nello stesso posto oppure da qualche altra parte\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 un cuoco curdo che serve di nascosto polvere di scarafaggi ai suoi clienti arabi. Un adolescente iracheno che mangiava cavallette e che diventer\u00e0 un famigerato torturatore. Un giovane che vuole fuggire da Londra e per farlo cerca di uccidere un\u2019anziana signora per conto del figlio, che vuole accaparrarsi l\u2019eredit\u00e0; non vuole farla soffrire, quindi decide di farla fuori raccontandole storie cruente per farle venire un infarto. Uccidere con una storia \u2013 forse \u00e8 anche quello che vorrebbe fare Hassan, farci venire un colpo, farci soffrire, perch\u00e9 lui soffre, il mondo soffre, e noi siamo parecchio indifferenti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il terzo livello narrativo \u00e8 il pi\u00f9 strano: si tratta di lettere che un\u2019amica di Hassan gli invia a cadenza regolare per aggiornarlo su una traduzione di Cioran che sta cercando di completare. \u00c8 un lato del romanzo che stride fortemente con il resto \u2013 riflessioni pacate sulla letteratura e sulla scrittura, sulla malattia e la malinconia, del tutto in contrasto con la bruttezza, la durezza linguistica e concettuale delle esperienze che Hassan ci racconta, parlando di s\u00e9 e degli altri. Non so se fosse voluto, ma nel corso della lettura sono arrivata a odiare quelle lettere: mi sembrava non avessero alcuna importanza. Immergendomi nei racconti di Hassan e delle persone che intervista ho visto vacillare la mia convinzione che la poesia, la scrittura, la bellezza, ci possano davvero salvare tutti. Hassan stesso sembra non crederci. Come ogni fede, anche quella nella letteratura \u00e8 costellata di dubbi e delusioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Eppure, nonostante tutto, \u00e8 una copia logora di Palomar di Italo Calvino l\u2019oggetto a cui Hassan tiene di pi\u00f9, e Palomar \u00e8 l\u2019amico immaginario che nei momenti bui lo aiuta a distinguere s\u00e9 stesso dagli incubi. Una copia in arabo, trovata a terra dopo essere stato picchiato da alcuni poliziotti, aver passato la notte in cella, aver avuto molta paura. Una copia di un libro sconosciuto, caduta dalla tasca di un uomo grasso che stava salendo su un taxi.&nbsp;La letteratura forse non ti salva, ma sa essere la pi\u00f9 fedele compagna. Il libro diventa per lui un rifugio, quasi come Dante per Primo Levi: quando la polizia di frontiera bulgara lo cattura \u2013 al suo secondo tentativo di passare il confine \u2013 e strappa la copertina del libro, sembra che stia dilaniando la sua innocenza, la sua speranza, la sua stessa esistenza. Gli agenti distruggono anche le foto che aveva portato con s\u00e9, istantanee dei tempi dell\u2019universit\u00e0, con amici e colleghi sorridenti. I poliziotti non credono che possano essere state scattate in Iraq, perch\u00e9 le ragazze non hanno il burqa e indossano i jeans. Per questo lo ritengono un bugiardo e lo torturano prima di rispedirlo indietro.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Anche su questo ci sarebbe molto altro da dire. Gli occidentali hanno tendenzialmente questa convinzione che i musulmani siano tutti estremamente fedeli \u2013 estremisti nella fede. Non sono individui: sono una collettivit\u00e0 che si comporta tutta allo stesso modo, seguendo regole rigide senza sgarri. Non sono come i cristiani, che possono credere nel loro dio e al contempo essere persone dalla moralit\u00e0 altalenante, bere troppo, dire parolacce, fare sesso prima del matrimonio, avere relazioni extra-coniugali, vestirsi come gli pare, mangiare carne il venerd\u00ec, sballarsi, leggere Calvino e Irvine Welsh, sperimentare le droghe psichedeliche, e insomma essere liberi, cambiare, contraddirsi, vivere la propria sfera individuale come qualcosa di unico e sacro. I musulmani sono tutti uguali. Questo perch\u00e9 gli appartenenti a una minoranza non hanno il lusso di essere s\u00e9 stessi: quando si confrontano con la maggioranza incarnano la loro intera categoria. Contenere moltitudini \u00e8 un privilegio, essere incoerenti \u00e8 un privilegio, <em>essere<\/em> unici e irripetibili \u00e8 un privilegio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La realt\u00e0 delle cose \u00e8 multiforme, e la percezione occidentale dell\u2019altro da s\u00e9 risulta un filtro impreparato e limitante. Hassan \u2013 il narratore, ma forse anche l\u2019autore, non ci \u00e8 dato saperlo \u2013 \u00e8 un alcolista, un satiriaco. \u00c8 cinico e scurrile. \u00c8 ferito e arrabbiato, ma non riesce in alcun modo ad affrontare i propri sentimenti, quindi li vomita. Le droghe lo stordiscono ma, nonostante ci\u00f2, ce l\u2019ha sempre duro. \u00c8 anche un po\u2019 stronzo con le sue donne. A volte attacca briga con la gente al bar. Frequenta altri immigrati o profughi come lui e l\u2019alienazione che provano \u00e8 dolorosa. Anche chi \u00e8 riuscito a farsi una vita in quel paese cos\u00ec freddo subisce lo sradicamento, culturale e affettivo, di essere stato costretto a lasciare la propria casa, una ferita che non si rimarginer\u00e0 mai per nessuno di loro.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00abStavamo passando la serata a casa mia. Tutti siriani. Rifugiati vecchi e nuovi. Un pittore, due scrittori, un cuoco e un autista di ambulanze. C\u2019era cibo siriano in abbondanza, e \u02bfaraq, birra, vino e discussioni chiassose e traboccanti di rabbia sulla Siria devastata.&nbsp;<br>Mona, una poetessa che vive a Bruxelles da pi\u00f9 di dieci anni, ha parlato dell\u2019importanza di integrarsi nella societ\u00e0 belga. Hazem, il cuoco, proprietario di un ristorante siriano di successo nella periferia della citt\u00e0, era d\u2019accordo con lei.<br>\u201cI nuovi rifugiati sono a pezzi\u201d, ho detto a Mona. \u201cSono esausti, spaventati, e ancora non riescono a credere che non torneranno pi\u00f9 nelle proprie citt\u00e0, ai loro affetti e alle loro vite. A questa gente i discorsi sull\u2019integrazione sembrano a volte uno scherzo di cattivo gusto e a volte la minaccia di una nuova realt\u00e0 da incubo. Per gli esseri umani non \u00e8 facile cambiare pelle. Non sono mica serpenti\u201d\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00ab[\u2026] ripensavo ad Adel il marocchino che si prodigava in una scenata isterica a proposito del concetto di casa. Il barista gli aveva detto: \u201cVa\u2019 a casa, Adel. Sei ubriaco fradicio e molto stanco, torna a casa!\u201d.&nbsp;&nbsp;<br>Adel aveva perso la brocca sentendo la parola casa. Si era messo a urlare come se stesse recitando in un film: \u201cE come faccio a trovare a Helsinki un taxi che mi porti in Marocco? Vi ha dato di volta il cervello? S\u00ec, siete pazzi&#8230; Dai, ora chiamami un taxi che mi riporti a casa in Marocco. Casa mia \u00e8 in Marocco, pazzi! Chiamami un taxi, adesso, che mi porti da Helsinki a Marrakech\u201d\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La condizione dell\u2019espatriato viene presentata come l\u2019annientamento dell\u2019idea romantica del \u201ccercare fortuna altrove\u201d: andarsene significa privarsi di qualcosa che non riavr\u00e0 mai indietro, e s\u00ec, adesso \u00e8 al sicuro, e forse sar\u00e0 libero, forse sar\u00e0 arricchito, forse crescer\u00e0 come individuo e scoprir\u00e0 lati di s\u00e9 che non avrebbe altrimenti saputo. Ma il prezzo \u00e8 cos\u00ec alto, che chiamarla fortuna sembra macabro, grottesco. Nessuno dovrebbe mai sentirsi costretto a lasciare casa propria. Sembra una cosa banale da dire ma, leggendo queste storie terribili di guerra e devastazione, di lutti e fughe nella notte, mi sono chiesta se non stiamo sottovalutando \u2013 noi europei, noi italiani \u2013 il fatto che tutti quanti ce ne siamo andati da casa come fosse niente, e nella stragrande maggioranza dei casi non ci torneremo a vivere mai pi\u00f9. Con leggerezza che odora di negazione facciamo le valige a diciotto anni &#8211; chi va a vivere all\u2019estero torna poi solo a Natale, e ne parla sempre bene; chi si stanzia a Milano o a Roma dice \u201c\u00e8 come stare a casa\u201d. La nostalgia \u00e8 vietata, bandita. Ma ci \u00e8 stato tolto qualcosa e forse non lo vogliamo vedere \u2013 chi saremmo se fossimo rimasti, cosa siamo diventati andandocene \u2013 perch\u00e9 \u00e8 troppo doloroso ammettere che siamo partiti per lavorare, per fuggire alla miseria. Parlare di ambizione suona meglio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In <em>Allah 99, <\/em>alcuni passaggi sulla difficolt\u00e0 di integrarsi suonano fra i pi\u00f9 intimi, i pi\u00f9 vicini forse all\u2019autore stesso.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Un ultimo appunto: la scrittura \u00e8 confusionaria. Sembra che l\u2019autore voglia rendere la lettura faticosa anche a livello stilistico. Cambia persona continuamente, parla a s\u00e9 stesso dandosi del tu, parla con Palomar, che gli risponde, poi torna l\u2019io narrante, e subito l\u2019io narrante diventa quello dell\u2019intervistato, c\u2019\u00e8 un uso smodato del grassetto per separare e unire i personaggi, i registri, le voci. Non si comprende mai del tutto se queste storie siano vere o no (per buona parte del libro ho creduto di leggere delle vere interviste).\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Alla fine, che fossero vere o inventate poco importa \u2013 il caos narrativo e sgangherato di <em>Allah 99 <\/em>riflette con crudelt\u00e0 beffarda il piano emotivo di questo conglomerato di vicende da incubo: l\u2019alienazione, la solitudine, la rabbia, la tragedia dell\u2019assurdo, la poesia, l\u2019attaccamento alla vita, la perdita di senso. L\u2019integrazione, necessaria ma indesiderabile, perch\u00e9 \u00e8 come una resa, un tradimento. \u00c8 come dimenticare. Hassan non va avanti, sta fermo e ricorda tutto, le cicatrici, i traumi, l\u2019amore, il sesso, la violenza, la tenerezza, l\u2019infanzia, la perdita, la morte che incombe. Non c\u2019\u00e8 una vera conclusione, perch\u00e9 la vita e la tristezza non finiscono. Ma, con tutto il suo dolore, questo libro coraggioso e sporco mi ha messa ancora una volta in discussione, mi ha posto domande senza darmi risposte, mi ha fatto sentire scomoda sul mio divano morbido. Credo che la migliore letteratura debba fare questo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abGli appartenenti a una minoranza non hanno il lusso di essere s\u00e9 stessi: quando si confrontano con la maggioranza incarnano la loro intera categoria. 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