{"id":5070,"date":"2021-03-25T20:50:22","date_gmt":"2021-03-25T20:50:22","guid":{"rendered":"https:\/\/staging16.marvinrivista.it\/?p=5070"},"modified":"2023-12-07T14:02:01","modified_gmt":"2023-12-07T14:02:01","slug":"periferia-senza-nome","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2021\/03\/25\/periferia-senza-nome\/","title":{"rendered":"Periferia senza nome"},"content":{"rendered":"\n<p>\u00abTorre Maura \u00e8 un posto per il quale l\u2019unico aggettivo spendibile \u00e8 <em>brutto<\/em>. Ma di una bruttezza mediocre, scadente, nel migliore dei casi ordinaria. Di uno squallore che nemmeno concede nulla alla potenza distopica della grande periferia metropolitana, ch\u00e9 quella, a Roma, appartiene a poche e isolate astronavi atterrate tra i pratoni lasciati abbandonati dalla rendita fondiaria, e che portano gli evocativi nomi della scenografia da cronaca nera: Corviale, Laurentino 38, Serpentara\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa citazione, tratta da <a href=\"https:\/\/www.minimumfax.com\/shop\/product\/remoria-2208\"><em>Remoria<\/em><\/a> \u2013 il saggio di Valerio Mattioli, pubblicato nel 2019 da minimum fax e diventato in poco tempo un\u2019opera di riferimento per gli studi sulla <em>borgatasfera<\/em> romana \u2013 pu\u00f2 essere utile per due ragioni: la prima \u00e8 introdurci alla terminologia periferica, declinabile secondo attributi di bruttezza, ordinariet\u00e0, inutilit\u00e0. La seconda, e forse pi\u00f9 significativa, riguarda il fatto che parlare di periferie vuol dire evocare \u00abnomi\u00bb, piazze, vie, incroci, geografie di riferimento.<\/p>\n\n\n\n<p>La domanda \u00e8: cosa accadrebbe se quei \u00abnomi\u00bb, di colpo, sparissero?<\/p>\n\n\n\n<p><a href=\"https:\/\/www.pidgin.it\/prodotto\/il-giorno-in-cui-diedi-fuoco-alla-mia-casa\/\"><em>Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa<\/em><\/a><em> <\/em>\u00e8 la raccolta di racconti d\u2019esordio di Francesca Mattei, nonch\u00e9 prima opera di un\u2019autrice italiana pubblicata dalla casa editrice Pidgin. I testi, diciassette in tutto, sono comparsi su alcune riviste della litweb italiana, tra cui <em>SPLIT<\/em>, <em>Voce del verbo<\/em>, <em>Clean Rivista<\/em>, <em>Malgrado le mosche<\/em>, <em>Narrandom<\/em> e <em>La Nuova Verd<\/em><em>\u0259<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>I racconti che compongono la raccolta \u2013 di una lunghezza che oscilla tra la narrativa brevissima (quasi dirimpettaia della <em>flash fiction<\/em>) e testi con un respiro pi\u00f9 articolato \u2013 si sviluppano principalmente secondo microstorie, centrate sul rapporto tra la periferia (intesa, da qui in avanti, tanto come borgata metropolitana quanto come luogo dell\u2019hinterland privo di un centro autonomo) e chi la abita.<\/p>\n\n\n\n<p>I personaggi tratteggiati da Francesca Mattei sono perlopi\u00f9 donne che, risucchiate dentro un vortice di serate alcoliche, botte di cocaina nei bagni, diverbi poi disinnescati dalla noia e dal tedio, tentano minimi movimenti centrifughi verso un altrove, che culminano quasi sempre in un\u2019evasione destinata al fallimento.<\/p>\n\n\n\n<p>Il vuoto di moto, che necessita una qualche forma di rabbocco, si trasforma spesso in prurito fisico \u2013 unghie mangiate, croste scorticate, pelli strappate \u2013 o mentale \u2013 pensieri intrusivi, disturbi alimentari, reiterazioni dialogiche \u2013 sintomatici di una frustrazione rivolta tutta all\u2019interno, che lascia intatto il mondo, contribuendo (involontariamente) a nutrire il delirio statico che si abbatte sul soggetto stesso.<\/p>\n\n\n\n<p>I colori che Mattei utilizza per dipingere questo quadro grigio oscillano tra tonalit\u00e0 marcatamente <em>pulp, <\/em>come in <em>Muta, Croste, Salvo, Le vespe di agosto <\/em>e <em>Smalto<\/em>, gradazioni pi\u00f9 o meno realistiche, come accade in <em>Struttura ossea<\/em>, <em>Poco, pochissimo<\/em>, <em>Un ricordo tremendo<\/em>, <em>Nata per questo<\/em>, <em>Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa<\/em>, e sfumature quasi-<em>weird<\/em> (che ricordano, alla lontana, i <a href=\"https:\/\/www.ilsaggiatore.com\/libro\/fotogrammi-di-un-film-horror-perduto\/\"><em>Fotogrammi di un film horror perduto<\/em><\/a> di Helen McClory) in <em>Ma tu non la senti<\/em>, <em>Ninnananna <\/em>e <em>Baby-sitter<\/em>. La lingua utilizzata per marcare questi segni \u00e8 ritmata, asciutta, veloce. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma il tratto unificante che vibra al di sotto della raccolta di Francesca Mattei ha a che fare con le definizioni insufficienti, i riferimenti urbani mancanti: le piazze restano infatti solo ed esclusivamente piazze, le vie vie, le strade strade, gli amici quasi sempre \u00abgli altri\u00bb. La periferia descritta da Mattei \u00e8 infatti un luogo geografico che, spostato in posizione laterale rispetto a un centro, perde con i nomi anche il suo ultimo tratto distintivo: il senso di appartenenza. Una delle forze centripete della borgata \u00e8 infatti quella di costruire linguaggi in codice, trib\u00f9 territoriali, mappe urbane decifrabili solo da chi, in quel posto, ci \u00e8 nato (per intenderci, lo stesso proposito che porta Zerocalcare, in ogni opera, a eleggere Rebibbia come centro, relegando il pianeta intero a quartieraccio suburbano). La periferia di Mattei, invece, perdendo questi riferimenti identitari, corroboranti, costituenti, diventa allo stesso tempo universale e brutale, e l\u2019assenza di nomi amplifica il senso di vuoto.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00abPensa che vorrebbe chiamare Luca e dirgli Ti prego andiamo via, lontano da questa citt\u00e0 uguale da sempre, dove in estate facciamo la stagione e in inverno facciamo la muffa, ce ne andiamo il pi\u00f9 lontano possibile e non torniamo pi\u00f9. Poi pensa che invece va bene cos\u00ec, incontrarsi tutte le sere nella stessa piazza, stare con <em>gli altri<\/em> a scherzare sempre sulle stesse cose, quelle che possono capire solo loro\u00bb. &nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma la periferia senza nome agisce anche a un secondo livello, pi\u00f9 profondo.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 questa fuga inattiva non manca soltanto dei mezzi per attuarsi, ma anche della volont\u00e0 per verificarsi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00abPerch\u00e9 non te ne vai da questa casa, Elena?\u00bb<br>\u00abE dove dovrei andare?\u00bb<\/p>\n\n\n\n<p>Questo breve scambio di battute, estratto dal racconto <em>Ninnananna<\/em>, riporta una delle pi\u00f9 classiche repliche che si incontrano in un dialogo periferico tipico, e costituisce ancora oggi uno strumento efficace per raccontare come lo sbriciolamento della borgata non sia soltanto infrastrutturale, economico, sociale, ma anzitutto psicologico.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abDietro l\u2019apparente dissennatezza del \u201cragionamento tossico\u201d\u00bb, spiega sempre Mattioli in <em>Remoria<\/em>, riferendosi al celebre <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=GT5VpTtrajE&amp;ab_channel=TheMaximumVolumeable\">video Rai<\/a> (1976) del \u00abcapellone della Romanina\u00bb, \u00absta in realt\u00e0 la chiave di volta di un percorso che da allora attraverser\u00e0, con diverse gradazioni, l\u2019inconscio collettivo della periferia tutta, sebbene sotto le forme pi\u00f9 disparate e anche contraddittorie. E cio\u00e8 che non \u00e8 nella \u201cpolitica riformista\u201d che sta la soluzione alla \u201cangoscia di chi vive in borgata\u201d: \u00e8 nel desiderio\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La periferia senza strumenti \u00e8 il luogo devitalizzato per eccellenza, dove non si vive ma si sopravvive giorno dopo giorno, un territorio che risiede ai margini di un centro brulicante di vita per il quale si prova un senso di inadeguatezza profondo. Il movimento che potrebbe portare verso l\u2019esterno, dunque, per mancanza di mezzi reali o ipotetici, per il terrore di pagare lo scotto del contatto col mondo, conduce a un moto verso l\u2019interno, una forma di difesa territoriale senza limiti, una celebrazione di una realt\u00e0 brulla che, con l\u2019avanzamento del degrado urbano, diventa un soliloquio non distante dal delirio.<\/p>\n\n\n\n<p>Un luogo periferico che perde i nomi, in breve, \u00e8 un luogo privo di vita e, spesso, di ogni forma di amore.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stesso sfibramento geografico \u00e8 quello che risiede nelle viscere del pluripremiato <a href=\"https:\/\/en.wikipedia.org\/wiki\/Dogman_(film)\"><em>Dogman<\/em><\/a> (2018), il lungometraggio di Matteo Garrone ispirato alla storia di Pietro De Negri, detto \u201cEr canaro della Magliana\u201d, che nel 1998, dopo aver subito decine di soprusi da parte del criminale e pugile dilettante Giancarlo Ricci, scelse di uccidere brutalmente il suo aguzzino. Il luogo in cui \u00e8 calato Pietro De Negri (interpretato da Marcello Fonte) per\u00f2, non esiste, \u00e8 quasi un palco teatrale, un quadro con tagli di luce hopperiani, una periferia priva di connotati, dove il muro, di nuovo, \u00e8 un muro qualsiasi, la strada una strada senza nome, la vittima un uomo qualunque. La diretta conseguenza \u00e8 che ogni sopruso, in un ambiente privo di bordi, viene amplificato, e la fatica si tramuta in agonia, la tristezza in disperazione.<\/p>\n\n\n\n<p>La periferia senza nome, dunque, sfoga questa incessante fuga mancata dentro una logorante ripetitivit\u00e0, unico sistema per far accadere qualcosa in un luogo dove non accade nulla.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Salvo<\/em>, il racconto di un pomeriggio tra amici al bar che rimbalzano tra drink annacquati, piccoli buffi di cocaina, sbadigli e poco altro, riferisce proprio di una stasi che, attraverso la reiterazione, spazza via l\u2019identit\u00e0 degli stessi personaggi, lasciando il locale popolato di persone irreali, \u00abelementi o sagome o tipi\u00bb, incastrati nel loop.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00ab[\u2026] anche io ho un nome che non \u00e8 il mio nome, ho un nome che \u00e8 quello che mi hanno dato queste persone qui, che mi incontrano in un bar e poi in un altro, mentre pizzico la zip e poi la barba, mentre bevo birre e birre e ascolto le storie di gente che beve birre e birre e racconto le mie storie di birre e birre perch\u00e9 non si pu\u00f2 fare nient\u2019altro qua, forse al massimo ogni tanto pippare o fumare qualcosa. O forse tormentarsi la cerniera\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricercare connessioni in questo luogo sfibrato diventa dunque inutile, un puro esercizio mentale simile a quel <a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Teorema_di_Thomas\">Teorema di Thomas<\/a>, riportato anche nella raccolta, per cui: \u00abQualsiasi fatto assunto come reale dagli uomini sar\u00e0 reale nelle sue conseguenze\u00bb. L\u2019essere umano, secondo Thomas, tende infatti a dare significati a eventi che non ne hanno, che accadono secondo leggi antropiche. Cos\u00ec, l\u2019individuo periferico vuole ricercare segni dove non ce ne sono.<\/p>\n\n\n\n<p>Questa ripetitivit\u00e0, che il lettore sente tutta addosso sfogliando le pagine della raccolta di Mattei, in alcuni (pochi) casi muta in una stridente ripetizione tematica (come accade in <em>Un ricordo tremendo<\/em> o <em>Nessuno ha provato a riaccendere il fuoco<\/em>), e sembra ingabbiare la macchina narrativa dentro piccoli atti identici a s\u00e9 stessi, incanalando i personaggi dentro percorsi e schemi noti, depotenziando quella miccia creativa in grado di rendere un evento anonimo una storia da raccontare.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel complesso, per\u00f2, <em>Il giorno in cui diedi fuoco alla mia casa <\/em>di Francesca Mattei riesce non solo a ritrarre il luogo periferico, ma anche a viaggiarci attraverso, riportando il tedio dei movimenti immobili e ripetuti, la violenza della disperazione incompresa e muta, l\u2019inefficacia delle scarne soluzioni impiegate come cura:&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00abOffrimi \u2018sto tiro, bello, amico mio, amico di sempre, uomo meraviglioso, che \u2018sta serata altrimenti non finisce pi\u00f9\u00bb.<\/p>\n\n\n\n\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abLa periferia descritta da Mattei \u00e8 un luogo geografico che, spostato in posizione laterale rispetto a un centro, perde con i nomi anche il suo ultimo tratto distintivo: il senso di appartenenza\u00bb. <!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on get_the_excerpt --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on get_the_excerpt --><\/p>\n","protected":false},"author":3,"featured_media":5072,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_mi_skip_tracking":false,"footnotes":""},"categories":[40,26],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v17.1 - 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