{"id":4634,"date":"2021-02-20T18:23:08","date_gmt":"2021-02-20T18:23:08","guid":{"rendered":"http:\/\/staging16.marvinrivista.it\/?p=4634"},"modified":"2023-12-07T14:02:02","modified_gmt":"2023-12-07T14:02:02","slug":"gli-orli-scuciti-del-futuro","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2021\/02\/20\/gli-orli-scuciti-del-futuro\/","title":{"rendered":"Gli orli scuciti del futuro"},"content":{"rendered":"\n<p>\u00abOrmai \u2013 le dico, \u2013 non grido neanche, perch\u00e9 so che se iniziassi, non la smetterei pi\u00f9\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p><em>Alien Virus Love Disaster<\/em>&nbsp;di Abbey Mei Otis arriva in Italia per i tipi di Zona42, casa editrice che divulga una fantascienza di qualit\u00e0, soffermandosi sulle potenzialit\u00e0 di un genere troppo a lungo ghettizzato, che negli ultimi tempi sembra trovare lo spazio che merita. In un contesto letterario in cui gli autori di spicco che si accostano alla <em>science fiction<\/em> tendono spesso (ancora) a&nbsp;<a href=\"https:\/\/www.staynerd.com\/non-chiamatela-fantascienza-ian-mcewan\/\">prenderne le distanze<\/a>, preferendo definire le loro opere \u201ccontaminazioni\u201d o \u201cincursioni\u201d, realt\u00e0 come Zona42 preferiscono muoversi in senso inverso, rivendicandone letterariet\u00e0, bellezza e potenza in quanto tale e non&nbsp;<em>nonostante<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbey Mei Otis, autrice statunitense che fa della scrittura professione e materia d\u2019insegnamento, potrebbe facilmente ascrivere la sua opera prima alla dimensione di una&nbsp;<em>science fiction<\/em>&nbsp;allegorica e strumentale, in cui il genere viene richiamato come espediente per parlare d\u2019altro. I dodici racconti che compongono la raccolta sono infatti, soprattutto, il ritratto spietato della periferia e della disperazione che tende a inglobarla. Otis opera un\u2019autopsia dei confini e della carne cruda che li abita, in una narrazione che, in linea teorica,&nbsp;<em>potrebbe<\/em>&nbsp;scollarsi dalla fantascienza e dedicarsi con spietata minuzia alla realt\u00e0 presente, tanto la si sente prossima leggendo. Ma l\u2019autrice non intende affatto operare un simile scarto e il suo amore per la&nbsp;<em>science fiction<\/em>&nbsp;emerge limpido nei ringraziamenti a fine volume, in cui nomina il padre per averla condotta nella Terra di Mezzo, su&nbsp;<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Ciclo_di_Earthsea\">Earthsea<\/a>&nbsp;e&nbsp;<a href=\"https:\/\/it.wikipedia.org\/wiki\/Arrakis_(Dune)\">Arrakis<\/a>, luoghi in cui il lettore del genere ama perdersi e da cui lo scrittore desidera attingere. Otis tiene fede a questa folgorazione e in tutta la raccolta l\u2019elemento fantascientifico si irradia come corrente elettrica, incrementando la portata delle vicende e ampliandole ancora di pi\u00f9, da miniature a universo in espansione.<\/p>\n\n\n\n<p>I sobborghi fantaweird esplorati in&nbsp;<em>Alien Virus Love Disaster<\/em>&nbsp;estremizzano i quartieri in fiamme (metaforiche e non) del nostro tempo e li proiettano anni luce pi\u00f9 avanti: lo sguardo dell\u2019autrice si posa su coloro che, pur trovandosi nel futuro, rimangono indietro, marginalizzati, fuori dalle scoperte e dalle rivoluzioni scientifiche, in attesa di accaparrarsi le briciole di chi vive al di sopra di loro (in alcuni casi anche letteralmente, come nella storia&nbsp;<em>Se potessi essere il dio di qualcosa<\/em>, in cui le classi abbienti sfrecciano sopra i pi\u00f9 poveri lasciandovi precipitare sopra i loro scarti, che hanno talvolta le fattezze di robot umanoidi).<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo racconto, che battezza anche la raccolta, sembra una versione ucronica (quasi profetica in effetti, considerando che l\u2019uscita in lingua originale della raccolta risale al 2018) della nostra attualit\u00e0 pi\u00f9 schiacciante: si apre con un\u2019epidemia non ben specificata, con l\u2019avvento di mascherine, quarantene e il tentativo di contenere un\u2019infezione che assume, prima lentamente e poi di colpo, i tratti di un\u2019invasione, sfiorando il&nbsp;<em>body horror<\/em>&nbsp;e sconfinando nel metafisico.<\/p>\n\n\n\n<p>Una costante della poetica di Otis \u00e8 l\u2019esplorazione della solitudine e dell\u2019alienazione, del tentativo di superare i limiti della contingenza e riuscire a colmare la distanza dall\u2019altro, oltrepassando persino s\u00e9 stessi, come succede in&nbsp;<em>Sangue, sangue<\/em>, in cui amore e violenza si intrecciano fino a non distinguersi pi\u00f9. Il desiderio di contatto \u00e8 tale che ogni forma \u00e8 ammessa, ed \u00e8 sempre un sollievo, sia pure la lotta, forse&nbsp;<em>soprattutto<\/em>&nbsp;la lotta.&nbsp;\u00abOh, penso, \u00e8 cos\u00ec semplice. Sempre come sferrare quel primo pugno. Queste barriere tra le persone, questi golfi, com\u2019\u00e8 facile che ogni cosa collassi\u00bb, riflette la protagonista quando fa sesso per la prima volta.<\/p>\n\n\n\n<p>Il senso di estraneit\u00e0 da s\u00e9 stessi \u00e8 una formula che ricorre nell\u2019arco dei racconti, spesso nella forma di distacco dal proprio corpo fisico, visto sempre o quasi come zavorra di cui disfarsi, come ostacolo da sublimare o da cui fuggire senza remore: \u00abDico a me stessa che il senso di colpa non \u00e8 che l\u2019ennesima trappola della carne. [\u2026] E quando non avr\u00f2 pi\u00f9 un recipiente? Quando non sar\u00f2 pi\u00f9 un recipiente? Non sar\u00f2 altro che me stessa\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima parola del titolo,&nbsp;<em>Alien<\/em>, richiama certamente la vasta e variegata presenza di creature extraterrestri all\u2019interno dei racconti (che appaiono negli aspetti pi\u00f9 diversi, entit\u00e0 incorporee, inarrivabili intelligenze lunari ed \u201cesiliati\u201d lunatici,&nbsp;<em>voyeurs<\/em>&nbsp;che spiano morbosamente la vita altrui), ma allo stesso tempo pu\u00f2 nondimeno essere attribuita agli umani, invasi da un perenne senso di disappartenenza.&nbsp;\u00abLe case, il quartiere, ogni posto in cui ero stata da quando ero nata si divincolava sotto ai miei passi, sospirava,&nbsp;<em>non ti vogliamo<\/em>. E noi rispondevamo,&nbsp;<em>E allora?<\/em>\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019immaginazione di Abbey Mei Otis brilla in ogni racconto, pur invischiata in un\u2019atmosfera che non cessa quasi mai di essere cupa e opprimente. Siamo immersi in una fantascienza paranoide (d\u2019altronde il libro \u00e8 arrivato finalista al Premio Philip K. Dick, che alla paranoia non era certo estraneo), lontana da ogni traccia di ottimismo.&nbsp;La periferia \u00e8 la&nbsp;<em>no man\u2019s land<\/em>&nbsp;per antonomasia:&nbsp;\u00abLa versione ufficiale per questo posto \u00e8 che non ci vive pi\u00f9 nessuno. Capito? L\u2019autobus \u00e8 colmo di nessuni ingobbiti e di pessimo umore. I lotti abbandonati non ospitano nessuno, che non spettegola con nessun altro. Nessuno trascina i piedi sui marciapiedi erosi, nessuno compra Fintorte dal baracchino all\u2019angolo. E sul sedile per disabili dell\u2019autobus, una nessuno flagrantemente non-disabile, le gambe stirate, la mano sul viso, cerca di spiare fuori dalla finestra senza farsi notare\u00bb. Otis setaccia luoghi e persone in abbandono, persone che sono ormai parte dei luoghi stessi e viceversa,&nbsp;descritti per fratture, per danni, per assenze disilluse.&nbsp;\u00abMa nessuno di noi vuole ammetterlo. Puzziamo tutti di bassa marea\u00bb. Viene redatta cos\u00ec la mappatura di un hinterland stratificato e ricco, in cui ciascuno \u00e8 alieno all\u2019altro, che sia autoctono o provenga dallo spazio profondo. Tutte le figure in campo, tutti i&nbsp;<em>nessuno<\/em>, lottano per la sopravvivenza compiendo sacrifici estremi, come nel racconto&nbsp;<em>Se vivessi qui, ti avrebbero gi\u00e0 sfrattato<\/em>, o decidendo di allontanarsi da una realt\u00e0 troppo infelice, come in&nbsp;<em>Megasballo casalingo definitivo Vol. 4<\/em>, in cui le vie di fuga artificiali ricordano il Can-D di dickiana memoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Lo stile impiegato \u00e8 secco e veloce, con incursioni di slang restituite in traduzione da Chiara Puntil e Chiara Reali utilizzando all\u2019occorrenza un linguaggio il pi\u00f9 possibile vicino al parlato che, se in prima battuta stranisce, subito dopo genera una pi\u00f9 forte contestualizzazione geografica e sociale. Le scelte lessicali e narrative dell\u2019autrice sembrano talvolta permeate da una sorta di&nbsp;<em>freddezza<\/em>, un cinismo distaccato che cattura la dimensione della rabbia adolescenziale (i protagonisti sono spesso ragazzini) e quella rassegnata della marginalizzazione. Questo approccio rivela una profonda immersione nei personaggi, uno sguardo di camera in soggettiva: non \u00e8 tanto di Otis il cinismo quanto dei suoi protagonisti. Il carapace che li protegge viene per\u00f2 smascherato \u2013 a tratti scalfito \u2013 da brevi lampi poetici:&nbsp;\u00abDi me non rimane che un sottile confine di pelle tra due campi stellari\u00bb, residui di una dimensione di sogno che nessuno, neanche nelle realt\u00e0 pi\u00f9 miserabili, pu\u00f2 abbandonare del tutto, \u00abin loro albergano vasti paesi a lei alieni, e poi ci sono questi piccoli punti di contatto. Sugli estremi del loro sudore riesce a sentire l\u2019odore ammuffito di casa\u00bb, tracce vive di legami che si fanno a loro volta fonte di vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Nelle storie di&nbsp;<em>Alien Virus Love Disaster<\/em>&nbsp;non c\u2019\u00e8&nbsp;alcuna assoluzione, non ci sono epifanie, solo talvolta&nbsp;\u00abquesti piccoli punti di contatto\u00bb, che consentono di andare avanti nella desolazione, ma \u00able cose non cambieranno. Non troveremo lavoro. Non ci appariranno animali in sogno per sussurrarci la risposta giusta. Il mare continuer\u00e0 a salire. La Terra diventer\u00e0 pi\u00f9 piccola e tremer\u00e0 nel sonno\u00bb (<em>Non \u00e8 una storia di alieni<\/em>). L\u2019intera raccolta \u00e8 infettata \u2013&nbsp;<em>Virus<\/em>&nbsp;\u2013 da un pessimismo che appare insormontabile e lascia un profondo senso di vuoto nel lettore. Sotto i suoi occhi scorre&nbsp;una traslazione della nostra realt\u00e0 in un futuro che sembra gi\u00e0 stare accadendo, in luoghi dove l\u2019amore si mescola sempre col disastro e riesce lo stesso, in qualche modo, a generare bellezza.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">\u00abCome una musica senza melodia e senza parole, quindi forse non come una musica. \u00c8 sempre cos\u00ec forte che non riesci a parlarci sopra e fa un po\u2019 male alle orecchie, ma fa anche un po\u2019 male al cuore in un modo che secondo me, sotto sotto, piace a tutti quanti. Come se l\u2019animale pi\u00f9 bello del mondo fosse chiuso in una gabbia l\u00e0 dentro. E noi siamo quelli che devono ascoltarlo, e noi siamo quelli che possono ascoltarlo\u00bb.<\/p>\n\n\n\n\n\n\n\n<p><\/p>\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abUna costante della poetica di Otis \u00e8 l\u2019esplorazione della solitudine e dell\u2019alienazione, del tentativo di superare i limiti della contingenza e riuscire a colmare la distanza dall\u2019altro, oltrepassando persino s\u00e9 stessi\u00bb.<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on get_the_excerpt --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on get_the_excerpt --><\/p>\n","protected":false},"author":4,"featured_media":4635,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_mi_skip_tracking":false,"footnotes":""},"categories":[40,26],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v17.1 - 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