{"id":3404,"date":"2020-08-29T17:51:38","date_gmt":"2020-08-29T17:51:38","guid":{"rendered":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/?p=3404"},"modified":"2023-12-07T14:02:06","modified_gmt":"2023-12-07T14:02:06","slug":"quanto-dobbiamo-a-i-bellissimi-di-rete-4","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2020\/08\/29\/quanto-dobbiamo-a-i-bellissimi-di-rete-4\/","title":{"rendered":"Quanto dobbiamo a I Bellissimi di Rete 4"},"content":{"rendered":"\n<p>Per un tenero undicenne di una ridente cittadina di provincia, la fine dell\u2019estate \u00e8 l\u2019ultimo slancio di libert\u00e0 prima della mesta prigionia delle scuole medie (i tre <em>annus horribilis<\/em> istituiti dalla legge fascista Bottai nell\u2019era dei ladri timidi e delle bevande arlecchine). Stare sveglio fino a che fuori non \u00e8 buio per davvero, offriva un assaggio di adulta onnipotenza e gli occhi cerchiati di nero potevano testimoniare che eri stato l\u2019unico signore del tuo tempo (almeno di notte). Questa temporanea autonomia non era testimoniata solo da ginocchia martoriate e rovesciate a pallone (nel mio caso trattavasi, invero, di reiterate messe in scena in cui Ken \u2013 di mia sorella \u2013 tradiva Barbie \u2013 di mia sorella \u2013 con l\u2019altro Ken \u2013 di mia cugina), ma da vere e proprie maratone notturne a base di pellicole \u201cproibite\u201d per la maggior parte del palinsesto <em>dabbene<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Dietro la tentazione c\u2019\u00e8 sempre un diavolo, rosso come il bollino del \u201cvietato ai minori\u201d e quasi onnipresente ne <em>I bellissimi di Rete 4. <\/em>La rassegna cinematografica trasmetteva (e trasmette ancora) una grande variet\u00e0 di titoli: un cult del genere, uno fischiato a Cannes o quello che dest\u00f2 scandalo per una precisa scena. Complici erano la seconda serata, il superlativo (come resistere, infatti, al <em>bellissimo<\/em>) e il fascino del proibito; d\u2019altronde \u00e8 la stessa Sheryl Crow a cantare nella sigla \u00abif it makes you happy it can&#8217;t be that bad\u00bb, subito prima che un\u2019affettata <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=vMpfz3xKdrY\">Emanuela Folliero<\/a> annunci il film in programmazione, la parte pi\u00f9 succosa dell\u2019intera esperienza. L\u2019intesa \u00e8 presto stretta con l\u2019ammaliatrice meneghina mentre il volume della televisione cala vertiginosamente man mano che l\u2019ora si fa pi\u00f9 tarda e la soddisfazione pi\u00f9 grande.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019aura di segretezza, l\u2019esperienza della visione, l\u2019appropriazione di una trama e l\u2019accumulo di svariate inquadrature sono i primi assaggi di una delle pi\u00f9 dolci e innocue delle dipendenze: la cinefilia. Questa coazione a ripetersi del piacere vivifica e corrode allo stesso tempo il nostro stupore, la nostra percezione, ci costringe a un <em>vedere\/vedersi <\/em>che non \u00e8 un semplice ri-vedere noi stessi nella raffigurazione di un personaggio. La mia prospettiva \u00e8 difatti spostata in uno spazio singolare che \u00e8 quello tra la mia soggettivit\u00e0 e il mio sguardo che all\u2019improvviso non mi appartiene pi\u00f9 perch\u00e9 condizionato dal regista, dalla macchina da presa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Se poi questa esperienza \u00e8 privata e solitaria risulta ancora pi\u00f9 esemplificativa, rende l\u2019esclusivit\u00e0 dell\u2019evento e la capacit\u00e0 introspettiva ancora pi\u00f9 intensi. Per questo motivo, <em>I Bellissimi di Rete 4 <\/em>rappresentano nel mio immaginario l\u2019esordio della -filia, anche per via del medium con cui ci vengono presentati, la televisione. Se da una parte lo streaming ha fatto in modo che con un click la pellicola smetta di proiettarsi e quindi quasi di esistere per noi, d\u2019altra parte la televisione non cessa mai di irradiare la sua finzione; anche quando non la guardiamo, il suo artificio \u00e8 continuo, costantemente attivo in attesa che il nostro occhio si posi (o si distolga) sul suo eterno <em>videodrome.<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>I miei occhi si sono pi\u00f9 e pi\u00f9 volte posati sui titoli che ora fanno parte dei ricordi pi\u00f9 dolci, che mi riportano proprio a quelle notti in cui il caldo fondeva la pelle con quella del divano (una tortura cambiare posizione), leggermente oppresso dal timore di svegliare qualcuno, con il telecomando sempre in mano pronto a modulare il volume in base alla scena. La mia personalissima rosa di <em>Bellissimi <\/em>prende le mosse dal lungometraggio colpevole di aver stimolato quel formicolio pubescente che mi avrebbe accompagnato per molti anni: un giovanissimo Giancarlo Giannini si contende con Mastroianni la stupenda Monica Vitti. Ora, della Vitti io mi innamorai perdutamente, ma per Giancarlo provai da subito un sentimento pi\u00f9 mondano, pi\u00f9 complesso che all\u2019epoca facevo molta fatica a capire sotto il tumulto degli ormoni. Il film in questione \u00e8 <em>Dramma della gelosia (tutti i particolari in cronaca)<\/em>, pellicola del 1970 di Ettore Scola: esilarante commedia, degna rappresentante di quella <em>all\u2019italiana<\/em> in cui l\u2019attaccamento al partito (Mastroianni\/Oreste e Vitti\/Adelaide si conoscono a una festa de l\u2019Unit\u00e0) e la passione folgorante di Oreste per l\u2019avvenente fioraia, vengono messi a dura prova dall\u2019apparizione di Giannini\/Nello e dal conseguente (fallimentare) tentativo di una relazione triangolare. L\u2019ironia \u00e8 di un certo spessore e il suo bersaglio \u00e8 l\u2019Italia del boom economico e del cemento armato, ma anche dei detriti, delle spiagge colme di spazzatura, delle illusioni di partito e delle gonne che si accorciano: si assiste a una riflessione composita ma efficacemente leggera su un\u2019Italia rivoluzionaria e tuttavia sempre uguale a s\u00e9 stessa.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignwide wp-duotone-default-filter\"><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/dramma-della-g.jpg\" alt=\"\"\/><noscript><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/dramma-della-g.jpg\" alt=\"\"\/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<p>Il ciclo di Rete 4 \u00e8 stato spesso occasione di scoperta come per il mio primissimo appuntamento con Pedro Almod\u00f3var che avvenne in un piccolo convento madrileno con <em>L&#8217;indiscreto fascino del peccato <\/em>(1983), dove fui iniziato alle delizie del trash e ai colori del regista spagnolo. Una flamenchera sprovveduta cerca rifugio dai malanni della sua vita nel convento delle Redentoras Humilladas, luogo in cui trover\u00e0 di tutto tranne che redenzione. Le care suorine hanno votato ognuna la propria vita a uno specifico peccato: lussuria saffica, allucinogeni, porno; cos\u00ec da dare sfogo a ogni pi\u00f9 peccaminosa fantasia per presentarsi poi agli occhi del creatore svuotate di qualsiasi tentazione. Il fascino dell\u2019eccesso mi cal\u00f2 in questo turbine di scene grottesche producendo un effetto appagante, liberatorio, nonostante la rozzezza della critica nei confronti del clero. Con una pellicola semplice ma visivamente di impatto, Almod\u00f3var riesce a estrarre mirabolanti tonalit\u00e0 di colore dal banalissimo bianco\/nero dell\u2019harem di Cristo. In Italia il film non pervenne illeso e anzi la censura ne fece banchetto.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignwide is-style-default wp-duotone-default-filter\"><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/fascino-pecc.jpg\" alt=\"\"\/><noscript><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/fascino-pecc.jpg\" alt=\"\"\/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<p>A un certo punto della notte la sonnolenza faceva capolino e si mischiava al ronzio del televisore, gli occhi affaticati cominciavano a chiudersi producendo quel dormiveglia in cui si percepiscono i suoni e i dialoghi del film come parte del proprio viaggio onirico. Cos\u00ec mi ritrovai a sgambettare insieme alle ragazze di <em>Picnic ad Hanging Rock <\/em>(Peter Weir, 1975), vestito come una pudica collegiale a ingurgitare dolcetti ai piedi di un misterioso complesso roccioso. Il preambolo non lascia sperare per il meglio e tra sparizioni e ritrovamenti, iguane e trecce a spina di pesce la natura irrompe con forza per prendere ci\u00f2 che vuole. Il rigore che si esperisce nel collegio post-vittoriano \u00e8 lo stesso di uno spirito ancestrale che ingurgita donne dal colletto inamidato. A nulla serviranno le buone maniere, i libri sulla testa, il saper intrattenere una conversazione educata contro l\u2019incedere dello spirito di Hanging Rock. Attorno al finale del film negli anni si sono sviluppate le congetture pi\u00f9 fantasiose (vani sono stati i tentativi di inquadrarlo in una visione psicanalista piuttosto che distopica o fatalista); ma sconsiglio fortemente di cercare la soluzione su internet e invito a lasciarsi ammaliare solamente dai rumori della montagna irrequieta.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image wp-duotone-default-filter\"><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/HANGING-ROCK-1024x496.jpg\" alt=\"\"\/><noscript><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/HANGING-ROCK-1024x496.jpg\" alt=\"\"\/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<p>Dalla montagna si scende a valle e nello specifico ne <em>La valle delle bambole<\/em> di Mark Robson (1967) che prende le mosse dall\u2019omonimo caso letterario di Jacqueline Susann. Due forme espressive diverse per lo stesso fiasco, ma con i suoi lati apprezzabili: \u00e8 una chiara e banale critica al desiderio hollywoodiano per il successo di tre donne che non fanno altro che trascinarsi tra aborti, pellicole soft-porno e la dipendenza da tranquillanti. Non offre spunti particolarmente straordinari ma rimane pur sempre un emblema degli anni \u201860 (soprattutto per la cultura gay che ne apprezza il divismo e le reazioni esagerate). Anche se alla sua uscita provoc\u00f2 intollerabile turbamento, a ben vedere, \u00e8 affetto da una certa sciatteria e superficialit\u00e0; quello che forse doveva essere un \u201cfilm tutto al femminile\u201d (espressione odiosa), ha finito col rappresentare un ritratto osceno di tre fragili ragazze pronte a tutto per la fama, senza andare oltre un sentimentalismo esasperato. Stupenda per\u00f2 appare Sharon Tate, col suo charme senza tempo e dalla recitazione quasi accettabile. <em>La valle delle piagnone<\/em> piant\u00f2 in me i semi della passione per le lacrime col mascara e per il cinema che non ce l\u2019ha fatta.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image wp-duotone-default-filter\"><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"data:image\/gif;base64,R0lGODlhAQABAIAAAAAAAP\/\/\/yH5BAEAAAAALAAAAAABAAEAAAIBRAA7\" data-src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/bambole-1024x1022.jpg\" alt=\"\"\/><noscript><img decoding=\"async\" class=\"lazyload\" src=\"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/wp-content\/uploads\/2020\/08\/bambole-1024x1022.jpg\" alt=\"\"\/><\/noscript><\/figure>\n\n\n\n<p>Cos\u00ec passavano le notti estive, l\u2019estate e l\u2019adolescenza. La ricerca solitaria di un\u2019identit\u00e0 non poteva essere meglio accompagnata: nella dimensione della propria visione privata e senza impegno si erge una certa ideologia, un sistema valoriale specifico, un preciso gusto e una sensibilit\u00e0 particolare. Ogni evento significativo di un divoratore di celluloide \u00e8 segnato da un film e prenderne una certa distanza critica \u00e8 difficile nella spirale dell\u2019auto-riflessione. Il cinema mostra il mutamento come possibilit\u00e0 aperta e l\u2019occasione di dislocare il proprio punto di vista per una concezione dell\u2019insieme pi\u00f9 completa. Ogni film finora citato \u00e8 una narrazione corale, non c\u2019\u00e8 un solo protagonista a giocare con l\u2019empatia e l\u2019immedesimazione: tutti si riferiscono e si pongono come un atto creativo in s\u00e9 senza che la recitazione prenda troppo spazio. \u00c8 il processo creativo del fare cinema (piuttosto che la trama o l\u2019interpretazione) a riflettere la costruzione di quello sguardo che motiver\u00e0 sempre il nostro desiderio, come vediamo e come siamo.<\/p>\n\n\n\n<p>In casa finii col diventare una guida tv umana: \u201cQuesto com\u2019\u00e8?\u201d \u201cDura molto?\u201d \u201cChe guardiamo stasera?\u201d \u201cGuardi troppi film\u201d; e quella che era nata come un\u2019affannosa operazione filatelica ha finito coll\u2019essere uno dei pi\u00f9 piacevoli ed esistenziali scaccia-tempo.<\/p>\n\n\n\n\n\n\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abL\u2019aura di segretezza, l\u2019esperienza della visione, l\u2019appropriazione di una trama e l\u2019accumulo di svariate inquadrature sono i primi assaggi di una delle pi\u00f9 dolci e innocue delle dipendenze: la cinefilia\u00bb.<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on get_the_excerpt --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on get_the_excerpt --><\/p>\n","protected":false},"author":17,"featured_media":3405,"comment_status":"open","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"_mi_skip_tracking":false,"footnotes":""},"categories":[40,10],"tags":[],"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v17.1 - 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