{"id":2733,"date":"2020-04-05T17:47:25","date_gmt":"2020-04-05T17:47:25","guid":{"rendered":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/?p=2733"},"modified":"2023-12-07T14:02:22","modified_gmt":"2023-12-07T14:02:22","slug":"il-buco-lisola-verticale","status":"publish","type":"post","link":"http:\/\/backup.marvinrivista.it\/index.php\/2020\/04\/05\/il-buco-lisola-verticale\/","title":{"rendered":"Il buco: l&#8217;isola verticale"},"content":{"rendered":"\n<p>Cosa accadrebbe se un uomo non precisato entrasse per una ragione non precisata in una struttura verticale nata per un motivo non meglio precisato, e questa struttura avesse al suo centro una tavola imbandita di pietanze, che viene calata di piano in piano attraverso un buco rettangolare, e gli inquilini dei vari piani non potessero conservare il cibo ma solo (se arriva) mangiarlo nei pochi minuti prima che la tavola scenda al livello sottostante, e tutto questo facesse parte di una mega-sperimentazione sulla redistribuzione del benessere e gli effetti della stratificazione sociale?<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa accadrebbe in una situazione del genere?<\/p>\n\n\n\n<p>Questa \u00e8 la domanda parecchio articolata alla quale il regista basco Galder Gaztelu-Urrutia ha tentato di rispondere con la sua opera prima, <em>Il Buco<\/em>, su Netflix. La risposta non \u00e8 per niente semplice.<\/p>\n\n\n\n<p>Il messaggio che arriva nei primi venti minuti della pellicola \u00e8 quello che ci aspettiamo: se ognuno ingurgitasse quanto basta per sopravvivere il cibo sarebbe sufficiente per tutti. Ma cos\u00ec non \u00e8. Chi abita i primi livelli mangia a strafottere, chi sta nel mezzo se la cava, chi sta in fondo muore. Una materia che, a livelli meno complessi e sociopolitici, apprendiamo pi\u00f9 o meno nei nostri primi dieci anni di vita, quando qualcuno per strada elemosina gli spicci e noi domandiamo ai nostri genitori perch\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione \u00e8: cosa ci sta dopo?<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019onere di testare gli effetti della giustizia distributiva nel film pesa sulle spalle del protagonista, Goreng (Iv\u00e1n Massagu\u00e9) che si offre volontario per entrare nel Buco con l\u2019intenzione di ottenere un \u201cattestato di permanenza\u201d, desiderio che non avr\u00e0 seguito se non nella mente di Gaztelu-Urrutia. Il personaggio sperimenta in prima persona gli effetti della stratificazione umana, incontrando compagni di stanza dai valori etici disomogenei e testando livelli di benessere differenti, dal suo 48esimo (che \u00e8 \u00abun buon piano\u00bb) fino ai livelli inferiori, dove si consumano atti di cannibalismo, per tornare poi in cima. Goreng, roso da continui saliscendi tra inedia e opulenza, spruzzi di sangue e defecazioni, drammi morali e dialoghi con Don Chisciotte de la Mancia, tenter\u00e0 di risolvere la questione prima con l\u2019anabasi di una panna cotta e poi di una bambina. Il regista d\u00e0 nel primo caso una soluzione metaforica piatta e digerita ma (almeno) coerente, nel secondo una (molto pi\u00f9) metaforica e fuori fase.<\/p>\n\n\n\n<p>Queste considerazioni iniziali non rispondono per\u00f2 alle domande di partenza. Per farlo, bisogna compiere due viaggi all\u2019interno del Buco: uno nella struttura e uno nel contenuto.<\/p>\n\n\n\n<ol><li><em>Struttura, ovvero chi ha bucato il terreno e costruito la prigion<\/em>e<\/li><\/ol>\n\n\n\n<p>Iniziamo col dire che a perforare la superficie dove calano le vivande non \u00e8 stato Gaztelu-Urrutia ma l\u2019irreprensibile Denis Villeneuve, autore, tra i tanti lungometraggi, di <em>Prisoners<\/em> (2013), <em>Arrival<\/em> (2016) e <em>Blade Runner 2049<\/em> (2017) Questo appunto non serve a individuare chi ha copiato cosa (tutti copiano tutti), ma a comprendere al meglio le forme di questa struttura verticale. Villeneuve, nel lontano 2008, usc\u00ec con il cortometraggio <a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=t60MMJH_1ds\"><em>Next Floor<\/em><\/a>, una specie di orgia gastronomica imbandita per una decina di membri dell\u2019alta societ\u00e0, occupati a ingozzarsi senza sosta attorno a un tavolo, serviti da camerieri e accompagnati da musica da camera. Nel cortometraggio, il peso delle loro membra piega le assi del pavimento, spezzandole e facendo piombare gli invitati al piano di sotto. Il <em>Next Floor<\/em>, per l\u2019appunto. Cos\u00ec, di livello in livello, l\u2019ingorda aristocrazia perfora il palazzo, fino a sprofondare in una caduta nera e infinita. La perforazione che troviamo nel Buco \u00e8 figlia di questa discesa perversa nel consumismo pi\u00f9 sfrenato.<\/p>\n\n\n\n<p>Una volta fatto il buco, per\u00f2, bisogna costruire la struttura.<\/p>\n\n\n\n<p>E a mettere a disposizione cemento e travature ci pensa Vincenzo Natali, con il suo <em><a href=\"https:\/\/www.youtube.com\/watch?v=dzFzJ5DZggE\">The Cube<\/a><\/em> (1989). In questo film Natali ricrea le condizioni di una galera futuristica, buttandoci dentro sei esseri umani eterogenei alle prese con trappole mortali, dilemmi matematici, diverbi vari. <em>The Cube<\/em>, come il Buco, contiene una trama ridotta all\u2019osso ma, al contrario della pellicola spagnola, sa bene quanto la riuscita della storia si giochi su un filo sottile, perch\u00e9 deve rispondere a una questione che, se in altri film pu\u00f2 essere camuffata, in sceneggiature minimali pu\u00f2 decidere le sorti dell\u2019intera impalcatura: <em>perch\u00e9<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 i prigionieri, nel Cubo o nel Buco, si trovano l\u00ec. Perch\u00e9 quel <em>l\u00ec<\/em> esiste, e da chi \u00e8 stato creato. Perch\u00e9 proprio loro e non altri, eccetera. Una valanga di <em>perch\u00e9<\/em> che le pellicole horror-distopiche devono saper spiegare. Gaztelu-Urrutia lascia il compito di rispondere ad alcune di queste domande alla seconda coinquilina di Goreng, un\u2019ex-selezionatrice-ora-prigioniera, Imoguiri (Antonia San Juan). La donna con il bassotto spiega all\u2019uomo con il Don Chischotte che il Buco \u00e8 nientedimeno che un test di solidariet\u00e0 spontanea, elaborato allo scopo di plasmare un\u2019etica di condivisione delle risorse, e ordito da un\u2019organizzazione che, priva di ogni caratterizzazione, potrebbe anche prendere il nome&nbsp;di&nbsp;Ordine delle Allodole.<\/p>\n\n\n\n<p>Con questo non voglio dire che si debba trovare una spiegazione a ogni cosa, anzi. Vincenzo Natali, ad esempio, ci dimostra come la mancanza di senso possa avere senso in s\u00e9. Una delle questioni affrontate pi\u00f9 spesso dai residenti del Cubo di Natali \u00e8 l\u2019identit\u00e0 dell\u2019organizzazione (il Governo, una multinazionale, una setta segreta) che ha tessuto il meccanismo diabolico. Dopo circa met\u00e0 del film, e nessuna risposta esauriente a riguardo, avviene questo miracolo di sceneggiatura, nel dialogo tra l\u2019agente Quentin McNeil, uomo di forza e risoluzione, e David Worth, architetto disadattato.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"indented\">Quentin: \u00abQualcuno deve avere ideato questa cosa\u00bb.<br>Worth: \u00abQuale cosa? Perch\u00e9, sappiamo che cos\u2019\u00e8?\u00bb<br>Quentin: \u00abNon ne abbiamo la minima idea\u00bb.<br>Worth: \u00abEppure la conosciamo meglio di chiunque altro. Forse qualcuno ne aveva un\u2019idea prima di andare via o venire estromesso o licenziato. Ma se questa cosa ha uno scopo, \u00e8 stato frainteso o soltanto dimenticato. Si tratta di un errore, una&#8230; una cattedrale nel deserto, uno dei tanti inutili lavori pubblici. Chi vuoi che si chieda a cosa serve? [\u2026]\u00bb<br>Quentin: \u00abQuindi, perch\u00e9 ci rinchiudono della gente?\u00bb<br>Worth: \u00abPerch\u00e9 esiste\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Esempio di come si possa giustificare la mancanza di senso in maniera sensata.<\/p>\n\n\n\n<p>Stabilito chi ha scavato il terreno e chi ha eretto la prigione, ci possiamo ora concentrare sul significato.<\/p>\n\n\n\n<ol start=\"2\"><li><em>Contenuto, ovvero l\u2019isola e il paradosso<\/em><\/li><\/ol>\n\n\n\n<p>Come detto in precedenza, il regista basco configura un abbozzo di stratificazione sociale, e nel bisogno di mostrare quanto l\u2019essere umano sia spietato e hobbesiano ci consegna un messaggio fatto e finito, creando una prigione multilivello che di fatto ne ha uno solo: la metafora.<\/p>\n\n\n\n<p>La pellicola si gioca infatti sulla necessit\u00e0 da parte di quelli-di-sopra di comprendere la condizione di quelli-di-sotto, redistribuendo gli alimenti in modo da farli scendere di buco in buco, fino in fondo. Quest\u2019idea molto corretta ma anche troppo elementare non reggerebbe a quello che Ronald Dworkin, filosofo e giurista statunitense, chiama il <em>Test dell\u2019Invidia<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Dworkin, per illustrarci il concetto, crea, come Gaztelu-Urrutia, un luogo astratto e impalpabile: un\u2019isola, abitata da naufraghi impegnati a ridistribuire il cibo tra loro. Dworkin suppone che questi esseri immaginari riescano nell\u2019intento, tramite una persona incaricata di dividere le risorse in <em>n<\/em> parti. Ma che questo comunque non li soddisfi.<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9?<\/p>\n\n\n\n<p>Perch\u00e9 non supera il test dell\u2019invidia: \u00abNessuna divisione delle risorse potr\u00e0 dirsi egualitaria se, una volta completata, qualcuno preferir\u00e0 al proprio paniere di risorse il paniere di qualcun altro\u00bb. Detto in parole povere: non solo ci deve essere un\u2019equa distribuzione delle risorse, ma ognuno deve poter avere il diritto di <em>scegliere<\/em> ci\u00f2 che vuole (e per questo non bastano le dieci lumachine di Goreng). L\u2019idea che quelli che abitano i primi piani di questa isola verticale possano scegliere cosa inviare al piano di sotto, condividendo solo quello che <em>loro<\/em> decidono di voler condividere, non \u00e8 quella che Gazetlu-Urrutia chiama la Solidariet\u00e0 Spontanea, ma pura filantropia. Cos\u00ec il livello 4 pu\u00f2 scegliere di redistribuire cavoli e salmone per il livello 85, e l\u201985 deve esserne grato, anche se ai suoi residenti cavoli e salmone fanno ribrezzo. La vera equit\u00e0 \u00e8 anche poter scegliere, non solo elemosinare gli avanzi.<\/p>\n\n\n\n<p>E questo ci porta al secondo dilemma, che affligge invece i facoltosi abitatori dei piani-di-sopra: la difficolt\u00e0 della <em>scelta<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Immaginate per un momento di trovarvi al primo piano del Buco di Gazetlu-Urrutia. Vi arriva una tavola ricolma di cibo, avete pochi minuti per mangiarlo e dovete scegliere cosa prendere. Magari ci sono troppe pietanze che vorreste assaggiare, e dunque avete due scelte: o provate a farle entrare tutte nella pancia rischiando un collasso del vostro cuore benestante, oppure dovrete selezionare cosa prendere e cosa lasciare, rischiando di passare il resto della giornata a sognare le pietanze che, per un errore di selezione, non avete afferrato quando ne avete avuto l\u2019occasione. Questo \u00e8 ci\u00f2 che lo psicologo americano Barry Schwartz chiama il <a href=\"https:\/\/www.ted.com\/talks\/barry_schwartz_the_paradox_of_choice\"><em>Paradosso della Scelta<\/em><\/a>.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019antinomia si basa su un assunto: \u00abSe vogliamo massimizzare il benessere dei nostri cittadini bisogna massimizzare la libert\u00e0 individuale. Il modo per massimizzare la libert\u00e0 individuale \u00e8 massimizzare la scelta\u00bb. Che si pu\u00f2 riassumere anche con il nome <em>Netflix<\/em>, o qualsiasi megaspazio pieno di megascelte. Lo scotto da pagare per la floridezza delle megascelte \u00e8 quello che in teoria economica si chiama <em>costo-opportunit\u00e0<\/em>, ovvero il costo derivante dal mancato sfruttamento di un\u2019opportunit\u00e0 concessa. In breve, il prezzo che paghiamo quando abbiamo da scegliere tra 135 film e ne vediamo uno, \u00e8 molto pi\u00f9 alto di quello che pagheremmo selezionandone uno tra quattro. Gli abitanti dei primi piani del Buco sono dunque sottoposti a uno stress che il regista basco non si sogna nemmeno di inserire, tanto \u00e8 preso dall\u2019attacco al Sistema. Il Paradosso della Scelta comporta una sensazione di paralisi, ingigantimento delle aspettative, stress da insuccesso, e altri malesseri parecchio occidentali. Schwartz propone per\u00f2 una via d\u2019uscita dal dilemma: diminuire le opportunit\u00e0, e dividerle con chi ne ha di meno, non solo per loro, ma anche per noi, salvando il nostro buon cuore dall\u2019infarto.<\/p>\n\n\n\n<p>In conclusione, Gaztelu-Urrutia prova a confezionarne una pellicola che ammonisce senza mettere in crisi nessuno. La distribuzione delle risorse \u00e8 un meccanismo che non si basa solo sulla ferocia, l\u2019arrivismo, il profitto, ma sulla frizione tra forze contrarie. \u00c8 un problema di scelta che riguarda tanto chi ha troppo quanto chi ha poco. E la risposta non \u00e8 per niente semplice.<\/p>\n\n\n\n\n\n\n\n\n\n<p><\/p>\n<!-- AddThis Advanced Settings generic via filter on the_content --><!-- AddThis Share Buttons generic via filter on the_content -->","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u00abIl messaggio che arriva nei primi venti minuti \u00e8 quello che ci aspettiamo: se ognuno ingurgitasse quanto basta per la sopravvivenza il cibo sarebbe sufficiente per tutti. 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